Archivi del mese: novembre 2008

Ernesto Rossi (1897-1967)

 Nel 1924 dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti, i pestaggi di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, che procurarono la morte di entrambi e dopo tutte le nefandezze criminali di cui si rese colpevole il partito fascista, Mussolini, capo del governo per incarico del Re, abolì le libertà politiche sopprimendo la stampa d’opposizione, sciogliendo i partiti, vietando gli scioperi, istituendo i tribunali speciali e il confino di polizia.

Con la guida morale e intellettuale di Gaetano Salvemini nel 1925 Ernesto Rossi, Carlo e Nello Rosselli, Nello Traquandi, Tommaso Ramorino e Luigi Emery, fondarono la rivista clandestina Non mollare.  La rivista antifascista ebbe gloriosa ma breve vita. A causa di una delazione Ernesto Rossi fu arrestato, Salvemini riuscì a espatriare e Carlo Rosselli si trasferì nascostamente a Milano a continuare la lotta.

La vita di Ernesto Rossi fu una intransigente avversione alla dittatura fascista pagata con nove anni di galera e quattro di confino. Al confino in piena guerra nel 1942 redasse con Altiero Spinelli e Eugenio Colorni il Manifesto di Ventotene gettando le basi della Federazione degli Stati Uniti europei.

Nel dopoguerra Ernesto Rossi fu sottosegretario nel governo di Ferruccio Parri e presidente dell’A.R.A.R. (Azienda per il Rilievo e l’Alienazione dei Residuati bellici). Tale Azienda ha procurato provvidenziali utili allo stato italiano in un momento particolarmente difficile. Ernesto Rossi rinunziò ai vantaggi economici che la sua carica prevedeva e volle equiparare il suo stipendio a quello più modesto degli insegnanti scolastici. Dopo avere assolto al suo mandato l’A.R.A.R., a differenza di tanti enti inutili sopravvissuti per motivi di clientela politica, venne sciolta definitivamente. Questo comportamento è significativo della personalità e dello stile dell’uomo.

Fu tra i fondatori del movimento clandestino “Giustizia e Libertà” e dopo del Partito d’Azione.

Era professore di economia politica. Liberale in politica e liberista in economia. Il suo liberismo, sulle orme di Adamo Smith, era contrario ai monopoli verso i quali indirizzava i suoi strali. Tuttavia non era scevro da aperture sociali, basti leggere il suo libro Aboliamo la miseria.

Inoltre nel suo interessante libro I padroni del vapore denunzia la commistione tra economia e politica. Restano famose le sue battaglie contro la corruzione e le sofisticazioni alimentari dei grossi gruppi industriali.

Si dedicò con passione e collaborò alla rivista Il Mondo di Pannunzio, un settimanale che resta una pietra miliare e luminosa del giornalismo italiano. Successivamente scrisse molti articoli e saggi su L’Astrolabio di Ferruccio Parri.

In una Italia viziata nelle radici ataviche e storiche, una delle virtù di Rossi, in sintonia con Piero Gobetti (Autobiografia della nazione), è stata l’intransigenza morale. Il rinnovamento morale dell’Italia devastata dalla guerra moralmente e materialmente dal fascismo era per gli azionisti la priorità assoluta.

A seguito di una malattia allo stomaco contratta nei lunghi anni di detenzione nelle carceri morì nel 1967 a Roma. 

Quella di Ernesto Rossi, con la moglie Ada, è stata una rivolta civile contro la dittatura, un esempio di rigore morale, una vita dedicata alla libertà.

  Vittorio Cimiotta


I ragazzi di Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga

La Casa della Memoria e della Storia ha presentato l’11 novembre, in anteprima nazionale, “I ragazzi di Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga”, prodotto da Rai Educational per “La storia siamo noi” con la regia di Aldo Zappalà.  E’ la storia di 73 giovani e bambini ebrei – tra i 6 e i 21 anni – in fuga nell’Europa sconvolta dalla guerra che, grazie all’ospitalità e alla solidarietà della gente di Nonantola (un paese vicino Modena), sono riusciti a sfuggire ai rastrellamenti delle SS e, infine, a rifugiarsi in Svizzera. Il film racconta questa straordinaria fuga verso la salvezza attraverso le testimonianze di quei ragazzi di allora, oggi uomini e donne che vivono in Israele.

Erano ragazzi soli che nella persecuzione avevano perduto le proprie famiglie, la maggior parte di origine tedesca, orfani e dispersi mentre in Europa si stava consumando il crimine della deportazione e dello sterminio. Il loro viaggio verso la salvezza, iniziato nel 1941, li avrebbe dovuti portare in Palestina, ma l’occupazione tedesca e italiana della Jugoslavia li costrinse a dirigersi in Slovenia e poi in Italia. Arrivati a Nonantola nel giugno del ’42, grazie alla Delasem (Delegazione assistenza emigranti ebrei), trovarono rifugio a Villa Emma, una residenza di campagna disabitata, dove vissero insieme con i loro accompagnatori, circondati dalla solidarietà del paese e grazie all’aiuto del parroco Don Arrigo Beccari e del medico Giuseppe Monreali.

Dopo l’8 settembre, con l’occupazione nazista dell’Italia, la situazione divenne ancora più pericolosa e in meno di 48 ore Villa Emma fu abbandonata; i ragazzi trovarono rifugio presso il seminario dell’Abbazia e nelle case degli abitanti del paese che rischiarono così la rappresaglia e la vita. Per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi venne organizzata, tra settembre e ottobre ’43, la fuga attraverso la frontiera con la Svizzera, un passaggio avventuroso tra le montagne e il guado del fiume Tresa. Una volta in salvo nel territorio elvetico la maggior parte di loro riuscì ad arrivare in Palestina nel 1945. E’ una vicenda straordinaria, ricostruita con sensibilità attraverso la memoria e la storia, ma soprattutto è un racconto intenso che ci ricorda come l’aiuto spontaneo e l’assunzione di responsabilità della popolazione civile siano state fondamentali per contrastare il disegno nazista di sterminio. Don Beccari e il dottor Moreali sono stati onorati e riconosciuti come Giusti nel museo di Yad Vashem a Gerusalemme. 

 

                                                                                                           Annabella Gioia


Guardare al passato per costruire il presente

Pochi a Roma conoscono don Sardelli e la sua storia: l’ha raccontata F. Grimaldi nel film ”Non tacere”, presentato nella recente rassegna “Bosio Cinema”: la scuola da lui fondata nel 1968 nella baracca n°725 dell’Acquedotto Felice fu luogo di aggregazione e crescita culturale per i ragazzi di famiglie emigrate, che, in precarie abitazioni, nella promiscuità, a rischio di malattia, assistevano, “lontano dal centro”, all’espansione della città dei palazzinari: la lettura, la discussione di temi di attualità, non erano solo conoscenza, ma strumento di lotta sociale per comprendere senso e valore della buona politica. A partire dalla coscienza e dalla denuncia delle loro condizioni, quei ragazzi scrissero una “Lettera al Sindaco”dal titolo “Non tacere”, documento che ebbe notevole ripercussione negli ambienti della politica istituzionale, forse perché in quegli anni profondi rinnovamenti aprivano la strada ad una nuova sensibilità sociale. Negli stessi anni, come ben raccontano immagini e interviste del film “Lontano dal centro” di M. Marcotulli e S. Cerboni, artisti come G. Marini, P. Pietrangeli, i musicisti del Canzoniere del Lazio vicini ad A. Portelli (insieme nel 1972 nel nascente Circolo Bosio), sentirono l’esigenza di conoscere da vicino quelle situazioni e decisero di partecipare raccogliendo, durante le manifestazioni per la casa, testimonianze, racconti di emigrazione, registrando i canti nei modi della tradizione contadina. Si realizzava così uno scambio: chi lottava per i propri diritti vedeva riconosciuta la sua identità, la sua terra di origine, mentre nei suoni antichi di strumenti desueti e dei dialetti, i musicisti cercavano le proprie radici e come sentii dire, una volta, da P. Brega, trovavano ”la verità”.  Nel 2007 un gruppo di ex alunni di don Sardelli, ancora attivo nelle periferie romane, scrisse un nuovo documento “Per continuare a non tacere”, di cui condivido ragioni etiche e proposte: trovo quindi significativa la scelta di presentare i due film nella stessa serata e aggiungo che la mia adesione al Circolo Bosio nasce dall’essermi riconosciuta in una matrice che è la base comune su cui si sono edificate le storie di queste due realtà. Il Circolo Bosio infatti, non dimentica le sue origini ed è, oggi come ieri, attento alle trasformazioni del tessuto sociale della città, con la ricerca e la valorizzazione della storia orale (pubblicazione di libri, CD e DVD, conferenze), con la conservazione e fruizione di fonti documentarie (Archivio sonoro), con forme varie di espressione artistica (scuola di musiche, concerti, proiezioni). Quelli che hanno ascoltato il racconto dei suoi protagonisti, insieme e “all’opera” dopo tanti anni e tante difficoltà, hanno compreso il senso dell’impegno civile e culturale che il Circolo si propone in un momento in cui è in atto una crisi della partecipazione politica ed è difficile identificare in un partito, in un movimento, quella che io chiamo “la forza trainante delle idee”.

Fiorella Leone

  Per conoscere i documenti e le iniziative recentemente intraprese dal gruppo di ex-alunni di don Sardelli: nontacere@gmail.com


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