Archivi del mese: giugno 2009

Un processo per stupro

Il 15 giugno scorso è stato proiettato, nella Casa della Memoria e della Storia, il film documentario Un processo per stupro, di Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Rony Daopoulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio, Loredana Rotondo.
Andato in onda nel 1979, nella seconda rete della Rai-Tv, è la registrazione del processo svolto a Latina, nel 1978, per la violenza subita da una donna che ha avuto il coraggio di denunciare i suoi aggressori, sostenuta dalla difesa dell’avvocato Tina Lagostena Bassi.
Si tratta del primo processo trasmesso in televisione. Sul banco degli imputati “quattro bravi ragazzi”, accusati pubblicamente di violenza sessuale quando in Italia lo stupro era ancora considerato reato contro la morale, non contro la persona, e la linea processuale consisteva nel far apparire la donna come complice consenziente.
Nell’introdurre la proiezione Loredana Rotondo ha ricordato il contesto storico e le difficoltà nelle quali è avvenuta la registrazione. Ha richiamato e sottolineato il significato etimologico della parola stupro che, dal latino stuprum, vuol dire “disonore, vergogna”. Nella cultura tradizionale il disonore è per la donna e non per lo stupratore, da questo spostamento deriva l’operazione che vede la vittima in qualche modo colpevole delle violenze subite.
La difesa di Tina Lagostena Bassi si basava invece su un rovesciamento dei valori, su un cambiamento radicale, sul rifiuto di mettere la donna nel banco degli imputati. Il senso di questa scelta andava nella direzione di combattere una mentalità che, dentro e fuori i tribunali, contrabbandava la violenza come fenomeno quasi naturale della “esuberanza” maschile.
Il documentario ci restituisce lo squallore di questo tipo di dibattimento: la miseria degli argomenti, le complicità e gli ammiccamenti maschili, il tono sprezzante degli imputati. Tuttavia ci mostra anche le donne che hanno il coraggio di denunciare e di lottare contro i pregiudizi e le sopraffazioni.
La trasmissione televisiva suscitò polemiche e grandi consensi, il filmato vinse il Premio Italia 1979 come il migliore documentario dell’anno, una sua copia è conservata negli archivi del Moma di New York.

Annabella Gioia


DOPPIA VISIONE – FRAMMENTI DI MEMORIE

Nel mondo attuale sempre più persone si spostano, migrano: qualche volta per scelta od opportunità, molte volte per necessità, per sfuggire a situazioni estreme di povertà o intolleranza razziale e politica. Nel nostro mondo sempre più persone vivono in bilico tra la realtà della vita nel luogo dove sono approdati e la memoria del luogo d’origine. Memoria che si trasmette sia verbalmente che con i colori e le immagini. Ma questa memoria – che ci dà continuità e saggezza, un senso di appartenenza e di equilibrio – è fragile, ci mette poco ad essere persa; perciò va coltivata con passione ed intensità. Il metro di giudizio di ogni frammento di memoria deve essere equo e senza pregiudizi; e in questo paese che ha visto in passato migliaia di uomini e di famiglie partire e ora vede migliaia di poveri che cercano disperatamente di raggiungere le nostre coste come meta di una vita sognata, bisogna ricordare chi è partito e rispettare i ricordi di chi arriva.
È in questo contesto che le fotografie di Liana Miuccio sono ancora più significative. Attraverso la ricerca nella memoria di una singola persona possiamo intravedere e capire, persino partecipare nel dramma di tanti. Con la lucida visione di un occhio sapiente e di una mente colta che guarda, senza sentimentalismi, la Miuccio indaga la storia della sua famiglia per meglio capire se stessa e lasciare una traccia per il futuro. Una famiglia a metà italiana da parte di madre, e a metà italo-americana da parte del padre. Metà a Roma e l’altra metà a New York ma con origini in Sicilia. La memoria di Liana Miuccio è fatta anche di un confronto tra mondi diversi, tra i due lati dell’Atlantico tra i quali si sposta, ed oltre la memoria c’è anche una riflessione personale sull’appartenere a due mondi.
La mostra presenta opere che appartengono a due fasi distinte. Nella prima la Miuccio è alla ricerca del proprio passato; nella seconda si interroga sulle sensazioni e sul significato di appartenere a due mondi vivendo tra l’uno e l’altro.
Per chi vive una dualità, il tentativo ultimo è forse quello di creare un’unione, una fusione tra le due parti di sé; di cercare di fare di due cose una cosa sola, rincollando i frammenti della propria memoria pur mantenendoli integri e distinti. Per questo sforzo e per la semplice bellezza della sue immagini dobbiamo essere grati a Liana Miuccio.

Roberto Caracciolo, Curatore della mostra


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