Archivi del mese: settembre 2009

Il mio nome è Lucy

Dopo le letture di diari e di lettere la rassegna “La sera andavamo” si è chiusa il 19 settembre 2009 con una biografia: il libro di Gabriella Romano, Il mio nome è Lucy. L’Italia del XX secolo nei ricordi di una transessuale, Donzelli editore.
La scelta non è stata casuale ma pensata, oltre che per il suo valore storico, anche come occasione per riflettere sul presente, su quegli episodi di intolleranza che hanno purtroppo occupato le cronache recenti.
Si tratta della storia di Luciano, nato nel 1924, ora una transessuale di nome Lucy che, ricordando la sua vita e le sue esperienze personali, ci riporta ai diversi momenti della storia del nostro Paese: dal fascismo, alla guerra, alla deportazione, dal dopoguerra al miracolo economico, fino ai giorni nostri.
A raccogliere il suo racconto di vita è stata Gabriella Romano, scrittrice, giornalista e autrice di diversi documentari, impegnata nella ricerca sull’omosessualità e il fascismo.
La vita di Lucy è davvero unica: adolescente “diverso” nella Bologna fascista poi disertore con l’8 settembre, deportato a Dachau e liberato dagli Alleati.
Nel dopoguerra si trasferisce a Torino dove vive la città nel miracolo economico e, negli anni ottanta, decide di cambiare sesso per ritornare poi, da donna, nella casa e nel quartiere dove aveva vissuto da giovane con la famiglia.
La sua biografia si intreccia alla storia dell’Italia, alle sue svolte politiche ma anche alle trasformazioni sociali e culturali che vengono messe in luce dal suo racconto. Un racconto narrato sempre con disarmante schiettezza e lucidità, che ci rimanda un vissuto di emarginazione, di povertà, di rifiuto anche da parte della famiglia. È un percorso intenso che ci restituisce l’immagine di chi ha vissuto le sue esperienze e i suoi errori con coraggio e con l’orgoglio per aver saputo superare le difficoltà e conquistare il diritto alla diversità.
Come dice l’autrice nell’introduzione la sua vita è un lungo viaggio attraverso i momenti più dolorosi e significativi del Novecento e perciò offre una chiave di lettura originale e personale di quasi un secolo di storia.

Annabella Gioia


I testi della III edizione di Testi e Testimoni

Il mio cuore riposava sul suo di Lara Santoro

Nel romanzo “Il mio cuore riposava sul suo” (Edizioni E/O, 2009), la protagonista è Anna, una reporter innamorata dell’Africa, divisa tra l’impegno umanitario e due uomini che ama per motivi diversi e su cui non sa decidere. E’ una donna particolare con un brutto carattere, alimentato dal pericoloso vizio del bere; vivendo sempre al limite, incontra tutti i mali dell’Africa e si lega moltissimo a Mercy, la sua donna di servizio africana, che diverrà sua grande amica e maestra di vita. Mercy affronterà, sostenuta da Anna, una memorabile battaglia delle donne africane contro l’industria farmaceutica che specula sull’Aids e nega i farmaci salva-vita.

Il Nazista & Il Barbiere di Edgar Hilsenrath

Il libro (Marcos y Marcos, 2006) racconta la storia paradossale ma non troppo di Max Schulz, figlio di prostituta e vittima di un patrigno perverso. La vita di Max sarebbe ben triste se non fosse per il suo migliore amico, Itzig Finkelstein, figlio di un ricco barbiere. La famiglia di Itzig è colta, accogliente, ricca di tradizione. Un luogo caldo per Max Schulz, che partecipa ai canti dello Shabbat, frequenta la sinagoga, mastica persino un po’ di yiddish. Quando Hitler prende il sopravvento, Max Schulz si arruola nelle SS e impara il mestiere non facile dello sterminatore. Comunque il lavoro è lavoro e Max Schulz, molto professionalmente, si occupa di persona anche dello sterminio dell’amico Itzig e famiglia. Ma le cose cambiano sempre, e presto tocca a Max Schulz darsela a gambe, tallonato da russi e partigiani.

 La moglie di Joza di Kveta Legátová
Nel libro “La moglie di Joza” (Nottetempo, 2007) si racconta la storia in tempi di nazismo dell’esilio di una giovane dottoressa in mezzo a gente semplice in un luogo sperduto. Sfuggita alla Gestapo, nella Cecoslovacchia in guerra, Eliška si rifugia in un minuscolo villaggio montano, Zelary. Per nascondersi è costretta a sposare lo “scemo” del villaggio, Joza. Comincia così per lei una vita drammaticamente nuova, catapultata in una casupola dal pavimento di argilla, con un povero falegname per marito, in un paese ostile e incomprensibile. Ma a poco a poco le cose cambiano, la protagonista impara ad apprezzare chi la sta proteggendo, il paese prende vita, mentre fra lei e il marito si crea un legame discreto e fortissimo.

Tutti i sognatori di Filippo Tuena
Nel romanzo “Tutti i sognatori” (Fazi Editore, 1999) è Roma nel 1943 al centro dell’attenzione. Una famiglia borghese di origine elvetica assiste da una posizione di neutralità agli sviluppi della guerra in corso: la vita, nella sua routine quotidiana, procede comunque e il conflitto mondiale sembra quasi altrove, mai davvero minaccioso e letale. Su questo sfondo storico, accuratamente ricostruito, si svolgono le vicende di Luca e Maria. Luca, giovane e abile antiquario che fa fortuna grazie a principi decaduti e marescialli delle SS, arriva a una drastica presa di coscienza, esistenziale prima che politica, che lo condurrà a una lotta solitaria e rabbiosa contro chi opprime la città. Maria, invece, risponde evadendo in una dimensione di sogno dove la morte e la sofferenza non possono arrivare.


“Diario di Gusen” di Aldo Carpi

Aldo Carpi arriva a Gusen nel maggio del 1944, dopo il carcere milanese di San Vittore, e vi trascorre un terribile anno. Fragile uomo, di cinquantasei anni (per allora un vecchio), pittore, insegnante all’accademia di Brera, marito affettuoso e padre di 6 figli. Cittadino del suo tempo, compie, come i suoi figli, la scelta della resistenza contro fascisti e tedeschi. E’ naturalmente vittima di una delazione. Il delatore è un collega. E’ profondamente credente, in un suo cristianesimo fatto di bontà, di spirito di servizio, di carità. Appena arrivato comincia, su foglietti raccolti o donati, il suo “Diario di Gusen” in forma di lettere alla moglie. Un lungo colloquio solitario, perché la moglie possa conoscere le sue pene mentre soffre, i suoi pensieri mentre gli attraversano la mente. Un modo per non cedere alla paura, alla stanchezza, un aggrapparsi alla necessità di fermare i ricordi anche a rischio della vita. Annotare quanto succedeva nei campi era punito con torture e con la morte, intorno a quei pezzetti di carte si appuntava anche l’occhio sospettoso e non sempre benevolo dei deportati che gli vivevano vicino. Aldo Carpi l’uomo, i suoi affetti, il pittore, il credente, non scomoda il suo Dio perché lo salvi, non Lo interroga sui perché, semplicemente si affida e con quello spirito aiuta come può i deportati che gli sono vicini. E’ vicino a Banfi nelle sue ultime ore, consola il ragazzino russo che gli poggia la testa sulla spalla. Divide il suo pane e la sua minestra con chi lo avvicina ancora più affamato di lui.
Si salva, la salvezza (come Levi ha ben scritto) è cieca, è nelle occasioni colte al volo, in un caso favorevole, in una conoscenza casualmente incontrata, in un pezzo di pane, in un uovo arrivato nel momento di maggior sfinimento, nel non lasciarsi andare al destino della disperazione. Aldo dice: “Io ero già così piccolo e magro che diminuire di qualche chilo non ha voluto dire molto”. La pittura è la sua salvezza ma anche il suo tormento: dove sono i paesaggi preferiti dalla sua creatività? Fare ritratti non gli piace ma deve farli. Deve lavorare costantemente, perché è quello che gli concede di vivere e la sua “produttività” viene misurata. Ritratti di SS, di fidanzate di SS, fiori. Non gli è permesso di disegnare quello che vede. Lo farà dopo, appena liberato. Gli schizzi delle larve umane del lager, il ritratto dell’architetto Banfi, i prodotti della sua memoria visiva li farà dopo la liberazione.
I lunghi giorni dell’attesa del rimpatrio sono altri racconti di sofferenza. Certo è fuori dal lager, è ospite dell’esercito americano, ha abbastanza da mangiare e da fumare, ma è solo, non è padrone della lingua, non ha notizie che frammentarie di quanto sta accadendo in Italia e la sua pittura continua a procurargli ansia e fatica. In tanti vogliono il ritratto e gli promettono una partenza vicina. E’ come una fragile foglia mossa dal vento della cecità della guerra.
La sera del 24 luglio, tre mesi dopo la liberazione, torna a Milano nella sua casa, è riuscito a portare con sé i suoi pezzetti di carta per Maria. Con l’aiuto del figlio Pinin lavorerà al suo “Diario di Gusen”, che sarà edito da Einaudi nel 1993. Il libro si chiude con le sue parole: “Poi ho saputo di Paolo. Noi vivevamo nella speranza che tornasse, pareva impossibile che non tornasse. Appena arrivato ho contato i figli: 1,2,3,4,5, e uno mancava. Non mi è venuto in mente di continuare il diario, non ho scritto più…..”.
Chissà se dopo, negli anni trascorsi da direttore dell’Accademia di Brera avrà realizzato il suo sogno degli ultimi giorni di lager, dedicato a Maria: “[…] andremo insieme (12 aprile ‘45) […] rivedere Venezia, giungere alla stazione, non prendere la gondola per economia, avviarsi al battello […] fare quella magnifica, sempre più bella traversata del Canal Grande, in mezzo a quei palazzi incantati, in quelle acque di un verde di cobalto”.
Cosa ci possono dare di importante questi libri di memorie e le testimonianze degli ex deportati ancora in vita che già non si sappia? Perché ancora leggere ed ascoltare? Dopo che il testimone ha svolto il ruolo fondamentale per dissipare i dubbi, il negazionismo, il disimpegno nei confronti di un passato che ancora incombe, la Storia ha preso in carica le tragedie delle deportazioni e dello sterminio. Tuttavia in questi libri di memorie vi è il segreto dell’animo umano, le sue risorse, le sue debolezze, le sue cattiverie nei precipizi della disperazione, faccia a faccia con i suoi persecutori, nella solitudine del male supremo che è la perdita della libertà.
Resta la speranza che questi libri ci aiutino a capire, a condannare e a condividere la sofferenza che grava sul cuore dei diversi di oggi, dei migranti, dei respinti, a giudicare chi priva queste donne e questi uomini della libertà di una scelta di vita, che appartiene dalla nascita ad ogni essere umano.

Vera Michelin Salomon

 Approfondimento

Non si può parlare del “Diario” di Aldo Carpi senza sapere che cos’era Gusen, dipendenza del grande Lager di Mauthausen, e che cosa ha rappresentato questo luogo di violenza e di morte nell’universo concentrazionario nazista. Campo dedicato alle cave di pietra, una pietra buona per fare bei palazzi: i palazzi di Linz e di Vienna.
La costruzione del campo ebbe inizio nel dicembre 1939 in una zona a circa 4 chilometri e mezzo da Mauthausen, alla confluenza del fiume Gusen nel Danubio, tra le cittadine di St. Georgen e Langenstein. Nell’estate del 1941 venne installato il crematorio. Entrò in funzione il 28 gennaio 1941 e il 29 gennaio successivo vennero inceneriti i primi cadaveri di prigionieri. Da quel giorno, fino al 2 maggio 1945 furono circa 30.000 le salme di prigionieri che vi vennero bruciate. Le condizioni di vita dei prigionieri erano durissime. Sveglia alle 4.45 (d’estate alle 5.45) al suono di una campana, buttati giù dai rozzi, scomodi e affollati giacigli a suon di bastonate. Il più rapidamente possibile dovevano rifare il letto, ovvero spianare i sacchi di paglia e ripiegare le coperte. Lavarsi in tutta fretta, ingoiare celermente la “minestra“ o il “caffè“. Poi in colonna per l’appello mattutino. Non più tardi delle 6.30 al lavoro nelle cave. Il riposo notturno non durava più di 6 ore al massimo, in molti casi anche meno. Negli anni 1940 – 1941, migliaia di prigionieri lavorarono e morirono nelle cave. Tra questi circa 700 bambini e ragazzi sovietici, dai 12 ai 16 anni di età. Tra l’ottobre 1941 ed il maggio 1942 i prigionieri di guerra sovietici massacrati nelle miniere furono 2.151. Per una regola del campo i sospetti di malattie contagiose, gli invalidi e i non abili al lavoro venivano eliminati senza scrupolo. Vi era una baracca, denominata “cava“, la numero 30, in cui venivano rinchiusi i malati – o sospetti – di TBC ed eliminati con una iniezione nel cuore. Nella baracca 31, la “stazione“ (il Banhof del libro di Carpi), chi era preda della dissenteria veniva abbandonato, senza alcuna cura. Chi non moriva da solo tra atroci dolori negli spasimi della sete, trovava la morte sotto le bastonate del più vecchio del gruppo di rinchiusi. Vi si veniva anche assassinati per fame, non ricevendo, poiché inabili al lavoro, alcuna razione di vitto. Una gassazione di un numero imprecisato di prigionieri, tra 684 e 892, ebbe luogo anche nella notte tra il 21 ed il 22 aprile 1945, nella baracca 31, due settimane prima della liberazione del campo. Si calcola che vennero deportate in Gusen, tra il 25 maggio 1940 e il 4 maggio 1945, complessivamente 67.677 persone.
Quando il 5 maggio 1945 le unità dell’armata americana liberarono il campo, trovarono 2.000 sopravvissuti ridotti a scheletri, in condizioni tali che molti morirono nelle ore successive nello stesso campo o in ospedali. Risultano essere stati deportati a Gusen 3.226 italiani. I morti sono stati 1.433, di cui 19 erano nati a Roma. Di questi ultimi, 5 erano ebrei. Il 18 settembre 1961il crematorio è stato trasformato in un luogo commemorativo dai superstiti italiani, francesi, belgi.


La mostra “Da Cannes a Tarnopol”

La mostra “Da Cannes a Tarnopol” racconta la storia di due giovani ufficiali, Francesco Piero Baggini (1914-2000) e Michelangelo Perghem Gelmi (1911-1992), che dopo l’8 settembre 1943 condivisero l’esperienza della prigionia nei campi di concentramento tedeschi: una vicenda comune a più di 600.000 italiani.
Catturati a Grasse, in Francia, i due ufficiali vennero inizialmente trattenuti nell’Hotel Martinez di Cannes, poi, dopo un lungo viaggio in treno, passando per Quers, Tolone, Digne, Eberbak, Norimberga, Markdorf, Tarnow e Leopoli, il 23 ottobre 1943, fecero il loro ingresso nel lager di Tarnopol (Ucraina).
L’esposizione raccoglie una parte dei disegni realizzati dall’artista trentino Michelangelo Perghem Gelmi durante il viaggio e la prigionia, accompagnati dagli intensi commenti del suo compagno Francesco Baggini, professore di filosofia a Sondrio. La mano dell’artista ha immortalato con sconcertante espressività i paesaggi scorti dal finestrino del treno o nelle brevi pause prima di ripartire, insieme ai volti e ai gesti degli altri commilitoni.
Nel campo di Tarnopol (Ucraina), il “diario disegnato” da Perghem Gelmi e arricchito dalle riflessioni di Baggini annota la minacciosa altana tra il filo spinato, le baracche, i momenti di vita in comune, il misero pasto, i passatempi dei militari prigionieri. Una “cronaca” per immagini e parole in cui la sofferenza degli uomini è resa viva dalle smorfie e dagli sguardi dei personaggi ritratti.
“Durante il giorno – ricordava Perghem Gelmi nel 1986 - disegnavo e disegnavo, dedicandomi anche a dei paesaggi all’acquerello, guardando oltre il filo spinato che ci impediva di evadere fisicamente. La mente era oltre a spaziare nei cieli e nelle campagne circostanti”.
I disegni, scampati alle perquisizioni e realizzati con i pochi mezzi a disposizione, costituiscono una testimonianza di straordinario valore storico.
Trenta anni dopo quella triste e incancellabile esperienza comune, Baggini e Perghem Gelmi decidono di consegnare alla memoria la loro testimonianza.
Nasce così “Da Cannes a Tarnopol”, un volume-reportage di grande formato in cui vennero raccolti i disegni originali di Perghem Gelmi, realizzati tra l’8 settembre e l’8 dicembre 1943, commentati dalle annotazioni dell’amico Baggini.
Dall’amore di un nipote, Mauro Baggini, verso suo nonno e da quello di un figlio, Mario Perghem Gelmi, a distanza di altri trenta anni, è sorto un nuovo progetto: ripubblicare quel libro, raccogliendo contributi di studiosi sulla questione degli I.M.I. e organizzare una mostra con le tavole originali del volume del 1975.
Un’esposizione dall’altissimo significato documentale e storico che si inoltra anche nel significato di due scelte diverse: quella di Baggini di rimanere nel campo e la scelta di Perghem, a un certo punto, di “optare”, nell’unica speranza di tornare finalmente a casa.
Quello presentato è un racconto che non vi chiederà giudizi, ma attenzione, perché come scrisse Baggini: “l’arte ha vinto. L’arte supera le passioni, i partiti; l’arte vince ove la forza cede”.

Annalisa Venditti, cordinatore scientifico della mostra


L’assassinio dei fratelli Rosselli

Il 9 Giugno 2009 in ricorrenza dell’assassinio dei fratelli Rosselli è stato proiettato alla Casa della Memoria e della Storia, a cura della Fiap, un documentario. È doveroso tracciare un breve profilo di questa famiglia di intellettuali ebrei fiorentini che s’intreccia con le vicende salienti dell’unità d’Italia.
A Pisa nella casa dei Rosselli (prozii di Carlo e Nello) muore nel 1872 sotto falso nome, esule in patria, Giuseppe Mazzini. Ernesto Nathan, uno dei primi sindaci di Roma dopo l’unità d’Italia, è un loro parente. Il nonno materno dei Rosselli partecipa alla difesa della repubblica di Venezia contro gli austriaci nel 1849. Aldo Rosselli, fratello maggiore di Carlo e Nello, durante un combattimento muore nella prima guerra.
A Firenze Gaetano Salvemini, intransigente maestro di democrazia e storico di profonda cultura, aveva formato un gruppo di giovani intellettuali tra cui Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei ed altri. Questo gruppo nel 1920 aveva fondato il Circolo di Cultura. Intanto la violenza infieriva e il Circolo di Cultura fu distrutto dai fascisti.
Nel 1925 Gaetano Salvemini, Carlo e Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Nello Traquandi, Tommaso Ramorino e Luigi Emery, fondarono la rivista clandestina “Non mollare”, che ebbe gloriosa ma breve vita.
A causa di una delazione Ernesto Rossi, e successivamente Salvemini, furono arrestati, mentre Carlo Rosselli si trasferì a Milano per continuare nascostamente la lotta. 
La vita per gli oppositori divenne sempre più difficile e fu deciso l’espatrio clandestino di Filippo Turati, l’anziano capo prestigioso del socialismo italiano.
La fuga di Turati, organizzata da Ferruccio Parri, Sandro Pertini e Carlo Rosselli, avvenne la notte del 12 dicembre 1926 con un motoscafo che partendo da Vado (Savona) approdò in Corsica.   Dopo l’espatrio Parri e Rosselli tornarono in Italia e furono arrestati. Il processo si celebrò a Savona dove i due imputati da accusati divennero accusatori del fascismo. Il processo ebbe risonanza mondiale e rappresentò una  condanna morale nei confronti del fascismo. 
Un’altra clamorosa fuga di Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti avvenne il 27 luglio del 1929 dal confino di Lipari in direzione di Tunisi e successivamente verso la Francia. 
Ad opera di Carlo Rosselli e di Emilio Lussu, con la collaborazione di Garosci, Venturi, Levi, Chiaromonti e Giuia, nacque a Parigi nel 1929 il movimento antifascista Giustizia e Libertà. Tra i fondatori annoverava personalità provenienti da diverse esperienze politiche come Salvemini, Cianca, Nitti, Rossetti, Tarchiani e Facchinetti.  Tale movimento rappresentò la continuità in esilio dell’opposizione al fascismo iniziata a Firenze.
Il movimento si distinse fin dall’inizio creando collegamenti con gruppi antifascisti italiani ed organizzando vistose manifestazioni che, come i voli di Bassanese e di De Bosis con lanci di manifestini rispettivamente a Milano e a Roma, incitavano le popolazioni ad insorgere contro la dittatura fascista. Come forza organizzata Giustizia e Libertà rompeva l’egemonia comunista nella lotta clandestina al fascismo.
Un momento decisivo per Carlo Rosselli e per altri fuoriusciti fu l’intervento in Spagna a favore della fragile repubblica spagnola.
Questa intensa attività portò il fascismo alla decisione della eliminazione fisica di Carlo. L’assassinio di Nello non era previsto, infatti si trovava a Bagnoles de l’Orne in Normandia per assistere il fratello Carlo afflitto da una flebite contratta in Spagna. Fu un assassinio di regime voluto da Mussolini. Al funerale a Parigi parteciparono circa duecentomila persone. La notizia dell’atroce duplice delitto fece il giro del mondo e non giovò al fascismo.
L’attività clandestina del movimento Giustizia e Libertà continuò per tutto il ventennio e dopo l’otto settembre 1943. Le formazioni partigiane G.L. furono seconde per numero, ma non per valore, a quelle comuniste.

Vittorio Cimiotta


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.