Archivi del mese: settembre 2011

Catalogo delle cose illuminate numero due

«Sono appassionato delle cose che si vedono. Provo compassione per le cose destinate a scomparire, “fissandole” con un’istantanea forse le salvo. Mi piace la parola compassione, perché porta in grembo la passione, non si può provare compassione senza passione. Ho passione del mondo»; sono le parole di Maurizio Agostinetto, artista complesso e acuto osservato del mondo, appunto, un mondo fatto di dettagli infinitesimali, a volte stranianti, quasi depistanti, un modo – il suo – di scomporre il puzzle della realtà per ricomporlo rovesciandone il senso, scomporlo dunque e mostrarne la parte meno ovvia, meno codificata dal cliché dell’immagine (perché è di immagini che stiamo parlando), fino a scoprirne una intima ed efficace meraviglia tutta nuova. Ma non sono soltanto immagini, non sono soltanto scatti fotografici quelli di Agostinetto, piuttosto una tessitura di materiali, una “grana” direbbe Roland Barthes, che restituisce l’emozione del passato. Abituato ai linguaggi della contemporaneità, questo suo nuovo “viaggio” a intarsi ha molto di teatrale, di composizione scenica animata da ombre e figure che prendono a vivere nell’insieme del quadro complessivo. Stando di fronte alla successione fotografica della mostra, l’impressione è quella di avere a che fare con un movimento della natura o a coro d’orchestra, se si potessero udire i suoni o i “rumori” che “paradossalmente” sono fermati nalle immagini, uno spostamento impercettibile delle forme insomma che come il puntinismo dei Seraut gioca sul doppio livello di lettura, quello della fascinazione estetica e quello della ricognizione storica. Come lui stesso sottolinea, è difatti un «ribaltamento di consuetudine»  quello che l’obiettivo coglie nell’apparente fissità degli oggetti immortalati. Questo Catalogo delle cose illuminate numero due sono 300 immagini riprese durante un viaggio in bicicletta di circa 960 chilometri, un tour de force che va dal Passo del Brennero fino ad Auschwitz. Ecco allora la deportati ebrei dalla soggettiva angolare di ciò che avrebbero potuto vedere, lo sguardo cieco che immagina viene così restituito oggi nell’individuazioni di soggetti quotidiani, per questo, forse, straordinari. Un viaggio del dolore di uomini e donne – tra cui Primo Levi – che nel febbraio del 1944 da Cuneo, attraverso la Val Padana, raggiunsero Auschwitz dopo undici terribili giorni a bordo di un convoglio ferroviario. Sempre l’autore sottolinea: «Per questo catalogo non ho voluto fotografare i campi di Auschwitz ma ho inteso in qualche modo restituire e rendere “visibili” le cose che i deportati nel buio dei vagoni non hanno visto di quel pezzo di Europa che hanno attraversato come in un tunnel sotterraneo che è sbucato direttamente nel buio di Auschwitz».


Introduzione alla rassegna “La sera andavamo”

di Fiorella Leone

Non ho avuto alcuna esitazione nel momento in cui si è trattato di offrire la collaborazione del Circolo Gianni Bosio alla terza edizione della rassegna “La sera andavamo” a cura del Dipartimento Cultura di Roma Capitale alla Casa della Memoria e della Storia: la proposta di presentare l’ultimo libro di Grace Paley, Fedeltà, rientra perfettamente nel tipo di approccio culturale che caratterizza il lavoro di ricerca del Circolo e che si basa sulla raccolta delle fonti orali per studiare e far conoscere forme e contenuti della espressività popolare. Una parte rilevante del materiale conservato nell’Archivio sonoro del Circolo è costituito da registrazioni di storie di vita, di testimonianze di fatti vissuti che vengono trasmessi all’intervistatore nella forma del dialogo ed elaborati  attraverso il filtro della memoria.  Ciò che infatti avviene nel corso dell’incontro, nell’intervista, quando si stabilisce una relazione di ascolto, sembra verificarsi da parte di chi legge le poesie (ma anche i  numerosi racconti) di  Grace Paley:  si ha la sensazione di essere suoi  interlocutori, come se si stesse dialogando con l’autrice  e, alla fine, come se la sua storia fosse anche la nostra.

L’attenzione per il dettaglio, la scelta delle parole, la modalità del linguaggio che non si sottrae ad interruzioni brusche, ad apparenti contraddizioni, spesso a ripetizioni, sono proprio caratteristiche del linguaggio parlato, di chi sta narrando di sé, così pure la cura nella descrizione dei piccoli gesti che danno senso e significato alle relazioni raccontano l’interesse di Grace Paley per i rapporti umani, amicali, parentali,  ma anche la sua sensibilità per chi è discriminato, emarginato, per quelli che non sono ascoltati. Le voci che si intersecano nelle sue pagine sono quelle di una comunità che partecipa alla quotidianità della vita ma, ad un tempo, è sensibile a ciò che avviene intorno, poiché spesso le vicende minime delle storie personali non possono essere separate  dalle trasformazioni del contesto storico e sociale in cui si vive: un tema di grande interesse per chi considera la capacità di mettersi in relazione con l’altro, il necessario presupposto perché il lavoro sulle fonti orali, a partire dallo sguardo del singolo soggetto, possa diventare strumento di ricerca e di analisi di processi storici e di mutamenti sociali.  

Nel caso particolare del prezioso volume Fedeltà, la forma poetica, che nulla toglie al discorso diretto, contribuisce a distillare le parole e  permette di esprimere in modo forte e chiaro ciò che l’Autrice ha pensato, costruito ed elaborato nel corso del tempo, sulla base della sua esperienza di donna, moglie, madre, nonna e, non di meno, attivista politica; ineludibile l’analogia della parola poetica con la potenza di comunicazione che hanno certe forme dell’espressività popolare musicale, pur trasformate nel tempo, ma inalterate nella forza di trasmissione dei contenuti e  che sono da sempre oggetto di studio e di riproposta da parte degli artisti del Circolo Gianni Bosio.

 

Sono questi gli spunti che mi hanno suggerito di chiedere  a due studiose dei lavori di Grace Paley, Sara Poli e Annalucia Accardo, di commentare, approfondire e comunicare le loro riflessioni sul percorso di vita e sulla poetica della Paley; due tipi di approccio che sono strettamente collegati nei testi poetici della raccolta Fedeltà, proprio per questo riferibile  con difficoltà ad un genere letterario: né diario, né biografia quindi, ma forse solo documentazione di un  racconto che ciascuno di noi potrebbe, o vorrebbe, fare di sé, al punto in cui sente l’esigenza di trasmettere ai propri cari ciò che ha tenuto in maggior conto nel corso della vita.

Ci sono infiniti modi di narrare la realtà e di intervenire su di essa: Grace Paley attraverso la letteratura ha trovato il modo di esprimere la sua tenace difesa dei diritti civili, ha pronunciato parole di denuncia  di soprusi pubblici e privati, ha messo bene in evidenza come siano le persone a costruirela Storia, attraverso l’assunzione  quotidiana delle loro responsabilità; per chi condivide gli obiettivi del Circolo Gianni Bosio, conoscere e trasmettere i modi in cui si esprime la cultura popolare e osservarne le trasformazioni nel tempo e nei luoghi più diversi è un modo per cercare una chiave di lettura con cui interpretare la realtà attuale e, di conseguenza, praticare una forma di intervento politico in grado, a partire dai singoli soggetti, di modificare la società.


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