Archivi del mese: dicembre 2011

Il loro Natale

di Gabriella Gallozzi

 

 

Non c’è distanza. Non c’è separazione tra chi si mette in scena e chi lo racconta. E’ un unico livello, un piano che accomuna quanti la vita l’hanno sempre vissuta dal basso. Quel livello strada che non ti offre alternative, né chance, ma solo emarginazione, povertà, tossicodipendenza e furti obbligati. Ed è qui la forza straordinaria di Il loro Natale di Gaetano Di Vaio, regista e produttore napoletano che quell’esperienza lì l’ha vissuta in prima persona, raccontandocela in questo lavoro che, più che un documentario, è un intervento a cuore aperto nel ventre di una Napoli invisibile. Quella delle famiglie dei detenuti di Poggioreale: mogli, madri e figlie “condannate” a loro volta a inventarsi una vita possibile per seguire da lontano i loro familiari dietro le sbarre.

Eccole allora Mariarca, Maddalena, Titina e Stefania donne “combattenti” in lotta con la povertà, con i figli da crescere da sole e i mariti in carcere che, quando usciranno, sanno già che torneranno a rubare, scippare fino al prossimo arresto. Mariti che, nonostante tutto, continuano ad amare. Che spesso hanno conosciuto da bambine, in quelle strade di periferia – Scampia, Piscinola, Secondigliano – dove l’unica certezza è l’emarginazione. Donne, anzi, ragazze giovanissime pronte ad inventarsi mille lavori per tirare avanti. Persino i numeri della tombala da “tirare” a notte fonda, dopo una giornata di fatiche, per mettere insieme qualche euro. Un tran tran estenuante, sempre uguale, che si interrompe solo un giorno a settimana: quello del colloquio. I preparativi per mettere insieme il “pacco” sono frenetici. Chi cucina il pesce, chi prepara i vestiti puliti. E poi la fila, lunghissima, infinita davanti a Poggioreale che comincia già dalla notte precedente. Pioggia o bel tempo che sia. “Ci trattano peggio dei detenuti”, strilla una delle donne in fila. Un’altra, rom, dice che i suoi figli non possono vedere il padre senza il certificato di nascita, nonostante siano nati in Italia. C’è chi spinge, chi scavalca le transenne. Una donna incinta racconta di quei tre giorni passati in ospedale per la botta presa da un ragazzo che si è buttato giù dalla grata di separazione. Mentre un anziano fa da vigile urbano tra la folla dei parenti per portarsi a casa qualche euro.

Gaetano Di Vaio è lì giorno e notte tra la folla dei familiari, nelle case delle mogli dei detenuti. Adesso in attesa del Natale, l’ennesimo che passeranno lontane dai loro affetti. Parla la loro lingua il regista che non è solo il napoletano stretto che ha bisogno dei sottotitoli. Ma una lingua più viscerale. Quella di chi la disperazione l’ha conosciuta bene ed è riuscito ad uscirne. Non dimenticandola, però. Anzi volendola raccontare ai tanti indifferenti. Così come Gaetano Di Vaio sta facendo con la sua casa di produzione cinematografica, Figli del Bronx che ha trionfato, proprio all’ultimo festival di Venezia, con una delle più belle opere prime del nostro cinema: La-bas di Guido Lombardi, in memoria dei sei giovani africani massacrati dalla camorra a Castel Volturno nel 2008.

 


STERMINIO IN EUROPA

STERMINIO IN EUROPA

“WISSEN MACHT FREI” (La conoscenza rende liberi)

 

 

  di Aldo Pavia (ANED Roma)   

 

 

 

 

Sterminio in Europa può essere definita una mostra che si propone di assolvere al compito più ampio e necessariamente ambizioso di trasmettere attraverso la conoscenza, il formarsi di una memoria non solo legata strettamente alle atrocità dei lager ed alla disumanità di una pagina della storia del secolo scorso, ma anche e soprattutto al contesto storico in cui fu possibile perseguire la distruzione di uomini e civiltà. L’ASSOCIAZIONE EX DEPORTATI NEI CAMPI NAZISTI (ANED) che già aveva realizzato mostre di particolare rilievo quali quelle su Auschwitz, su Anne Frank, in collaborazione conla Fondazione Frank, su ciò che restava dei lager, e altre più circoscritte ma di altrettanta importanza, pressata da innumerevole richieste in particolare dal mondo scolastico, decise di realizzare uno strumento che non solo rispondesse alla necessità dei giovani di sapere ma che si rendesse più facilmente utilizzabile, anche in spazi ristretti, e che permettesse una “visione guidata” attraverso immagini che dovevano trovare una loro collocazione ed un loro preciso significato correlandosi ai fatti e momenti topici della storia europea che formavano via via negli anni le radici della deportazione e dello sterminio, valorizzandone particolarmente l’aspetto didattico e formativo.

Per facilitare  la fruibilità di testi e di immagini si è scelta la soluzione in 40 pannelli, ognuno capace di vivere di vita propria ma l’uno legato all’altro nello snodarsi del racconto storico. Una mostra che è anche “giornale murale”, una tecnica informativa e formativa che potrebbe oggi sembrare obsoleta ma che in verità è da ritenersi, alla luce del successo molto ampio fin qui registrato in molte importanti occasioni ancora valida.

Una mostra che è stato possibile realizzare, e corre il dovere di ricordarlo, grazie al faticoso e doloroso impegno di Giandomenico Panizza, superstite di Mauthausen e di Gusen ove giovanissimo venne deportato per aver partecipato agli scioperi del marzo 1944. Al suo fianco collaborarono i superstiti dei lager nazisti, ognuno con suggerimenti, ognuno portando la propria esperienza personale e il contributo di conoscenza e di testimonianza. Dal 1974, tirata in migliaia di esemplari, questa mostra è stata presentata in tutta Italia, in scuole, Università,  fabbriche, nelle sedi di innumerevoli sezioni dei partiti democratici, sindacati e in altri luoghi e circostanze appositamente dedicate.

Dovunque fu esposta raccolse interesse e apprezzamento di giovani e meno giovani portandoli tutti alla scoperta ed alla conoscenza di una vicenda che ha colpito l’Europa e il nostro paese ma che non deve e non può essere ritenuta frutto tragico della tragicità di una guerra, bensì criminale progetto culturale e politico di regimi che avrebbero voluto dare un “nuovo ordine” all’Europa, nuovo ordine basato sul razzismo, sulla privazione dei diritti di libertà e di giustizia, sulla negazione dei valori di democrazia, sul potere dei pochi e sulla distruzione dei “diversi” a qualsiasi titolo ritenuti tali.

La mostra infatti apre la sua narrazione con la prima guerra mondiale e mette in evidenza l’incitamento a sterminare il nemico con qualsiasi mezzo psicologico, morale e fisico. Incitamento che troverà cittadine e cittadini, giovani e bambini non solo tedeschi che lo faranno proprio e vedranno nello sterminio un obbiettivo non solo accettabile ma ancor più necessariamente perseguibile per conquistare il potere e mantenerlo.

L’affermarsi del fascismo in Italia e del nazismo in Germania vengono presentati nelle immagini e nelle parole foriere dello sterminio in Europa, sottolineano come la nascita dei lager non sia stata una improvvisa follia o una particolare contingenza ma il dispiegarsi di un ben preciso disegno fortemente voluto, cui lo scoppio della guerra, anch’essa voluta perché necessaria per il raggiungimento di precisi traguardi ideologici, di potere e territoriali, fornì l’occasione per una accelerazione ma certamente non ne rappresentò la ragion d’essere.

Infine i pannelli dedicati all’orrore e ai nomi dei principali  lager di sterminio e di annientamento contengono immagini di forte valore documentario e didascalie di preciso impatto didattico. Senza alcuna concessione a retorica o a compiacimento del e nel dolore. La realtà nella sua cruda sincerità. Anche a Roma questa mostra ha trovato molteplici collocazioni e momenti di incontro con la popolazione., in biblioteche della cintura urbana e al Teatro India in occasione delle rappresentazioni del lavoro teatrale “I me ciamava per nome….” Testo Teatrale sull’unico campo di sterminio italiana,la Risieradi San Saba a Trieste di Renato Sarti, portato a Roma dal Teatro della Cooperativa di Milano.   Un particolare successo ha avuto quando, nell’ambito delle prime iniziative per il Giorno della Memoria, il Comune della capitale, attraverso l’impegno dell’allora Assessorato alle Politiche Educative e Scolastiche, in collaborazione con l’ANED, l’ANPI e le Ferrovia Italiane, ne ha voluto l’esposizione all’interno di carri bestiame su un binario ferroviario della Stazione Tiburtina, da cui partirono per l’ignoto gli ebrei romani strappati alle loro case il 16 ottobre 1943 e i non ebrei del 4 gennaio 1944. Centinaia di classi l’hanno visitata ed hanno ascoltato le testimonianze dei pochi superstiti. Centinaia e centinaia di giovani e centinaia di adulti che hanno potuto così prendere coscienza e conoscenza di un dramma senza uguali rendendosi consapevoli che il “Mai Più” giurato alla liberazione dei lager da parte dei sopravvissuti non è promessa vana ma è e deve essere impegno di tutti,  sempre ed ovunque e per tutti.


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