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Catalogo delle cose illuminate numero due

«Sono appassionato delle cose che si vedono. Provo compassione per le cose destinate a scomparire, “fissandole” con un’istantanea forse le salvo. Mi piace la parola compassione, perché porta in grembo la passione, non si può provare compassione senza passione. Ho passione del mondo»; sono le parole di Maurizio Agostinetto, artista complesso e acuto osservato del mondo, appunto, un mondo fatto di dettagli infinitesimali, a volte stranianti, quasi depistanti, un modo – il suo – di scomporre il puzzle della realtà per ricomporlo rovesciandone il senso, scomporlo dunque e mostrarne la parte meno ovvia, meno codificata dal cliché dell’immagine (perché è di immagini che stiamo parlando), fino a scoprirne una intima ed efficace meraviglia tutta nuova. Ma non sono soltanto immagini, non sono soltanto scatti fotografici quelli di Agostinetto, piuttosto una tessitura di materiali, una “grana” direbbe Roland Barthes, che restituisce l’emozione del passato. Abituato ai linguaggi della contemporaneità, questo suo nuovo “viaggio” a intarsi ha molto di teatrale, di composizione scenica animata da ombre e figure che prendono a vivere nell’insieme del quadro complessivo. Stando di fronte alla successione fotografica della mostra, l’impressione è quella di avere a che fare con un movimento della natura o a coro d’orchestra, se si potessero udire i suoni o i “rumori” che “paradossalmente” sono fermati nalle immagini, uno spostamento impercettibile delle forme insomma che come il puntinismo dei Seraut gioca sul doppio livello di lettura, quello della fascinazione estetica e quello della ricognizione storica. Come lui stesso sottolinea, è difatti un «ribaltamento di consuetudine»  quello che l’obiettivo coglie nell’apparente fissità degli oggetti immortalati. Questo Catalogo delle cose illuminate numero due sono 300 immagini riprese durante un viaggio in bicicletta di circa 960 chilometri, un tour de force che va dal Passo del Brennero fino ad Auschwitz. Ecco allora la deportati ebrei dalla soggettiva angolare di ciò che avrebbero potuto vedere, lo sguardo cieco che immagina viene così restituito oggi nell’individuazioni di soggetti quotidiani, per questo, forse, straordinari. Un viaggio del dolore di uomini e donne – tra cui Primo Levi – che nel febbraio del 1944 da Cuneo, attraverso la Val Padana, raggiunsero Auschwitz dopo undici terribili giorni a bordo di un convoglio ferroviario. Sempre l’autore sottolinea: «Per questo catalogo non ho voluto fotografare i campi di Auschwitz ma ho inteso in qualche modo restituire e rendere “visibili” le cose che i deportati nel buio dei vagoni non hanno visto di quel pezzo di Europa che hanno attraversato come in un tunnel sotterraneo che è sbucato direttamente nel buio di Auschwitz».


Ali Bruciate. I bambini di Scampia

Fino al 22 ottobre 2010 alla Casa della Memoria e della Storia

di Roma una mostra fotografica sui bambini soldato della camorra

Vendita di cocaina, kobrett, marijuana e crac. Spesso reclutati per fare le sentinelle. Questi i lavori svolti principalmente dai minori, i bambini soldato che la camorra utilizza per i propri affari, un piccolo esercito, invisibile, ma molto attivo. Ma solo questo è Scampia? Una mostra, che si è inaugurata  a Roma, a Casa della Memoria e della Storia, il 1 luglio 2010, ci racconta meglio questi bambini, oltre la cronaca e i numeri. Storie di solitudine, abbandono, ma anche voglia di guardare oltre le vele e di solcare altri mari. L’iniziativa è organizzata dalla Edizioni Paoline e dal Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione Dipartimento Cultura – Servizio Spazi Culturali in collaborazione con Zètema Progetto Cultura e Rai News.

 

L’esposizione raccoglie le foto di Davide Cerullo,  un ex ragazzino di Scampia finito nelle mani della camorra che ha deciso di voltare pagina e che è coautore con Alessandro Pronzato di un  libro omonimo “Ali bruciate. I bambini di Scampia”, pubblicato dalle Edizioni Paoline. Le sezioni della mostra: Protagonisti, Gli Spazi, Il Gruppo, Prigionieri, Scegliere.


sulla mostra: “L’ALBERO DI ANNE” di Ana Fitzpatrick

Anch’io, giovanissima, ho visitato la casa di Anne di ritorno in Argentina dal mio primo viaggio in Israele. Oggi mi commuovo nell’avere tra le mani una poetica rivisitazione sotto forma di libro, un piccolo capolavoro in cui il formato, la bella carta su cui i disegni risplendono si fondono armoniosamente con lo scritto. Ho apprezzato molto il modo in cui l’illustratore Maurizio Quadrello si è avvicinato al testo, consapevole di quanto sia fondamentale il primo impatto. Un bel libro deve dare “la scossa”, deve suscitare immediatamente delle immagini nella testa del lettore, far nascere degli accostamenti di colore e far materializzare i personaggi. “L’albero di Anne” mi ha fornito molti elementi, consentendomi di raggiungere più di un livello di lettura.

   Sfogliando il libro, a volte sembra di essere noi stessi nella soffitta perché guardiamo verso il basso dall’interno, oppure siamo all’esterno e guardiamo verso l’alto. Queste diverse percezioni sono dovute al riflesso o all’impronta dell’albero nel vetro della finestra: luce, ombra, visibile, invisibile, sicurezza, insicurezza, libertà, prigionia. Nei momenti negativi, la desolazione, il deserto creato dalla guerra appaiono come grandi macchie scure, che rendono chiara l’idea del dramma. Il positivo si percepisce nei visi, nei fiori e nell’albero disegnato a matita con tratti molto raffinati. Le parole di Irène Cohen-Janca e le immagini di Maurizio Quadrello sono di grande sensibilita, e documentano i mutamenti dell’ippocastano, piantato intorno al 1883, muto testimone nel cortile di una casa alle spalle di uno dei tanti canali di Amsterdam. Rileggendo le riflessioni di Anne, mi sono venute in mente le parole di Rainer Maria Rilke:

“Oh, come desidero ardentemente crescere, Guardo fuori, E l’albero dentro di me cresce”.

   Anche se ci si rende conto – dai segni e dai colori spenti, e a volte dal  brusco contrasto tra chiarore e oscurità – che non sarà una storia lieve, c’è il tocco di rosso nelle chiome degli alberi della magnifica prima pagina, che sembra una visione digitale aerea sotto forma di quadro introduttivo a matita; poi troviamo un solitario rametto verde tre pagine dopo, e alla fine un ramo verde appena spuntato. A queste sensazioni devo aggiungere il piacere di tenere in mano un libro con il disegno di un albero che occupa i due lati della copertina di cartone spesso con una serie di tronchi verticali nella controcopertina e, molto suggestivo, il  riccio della castagna selvatica a forma di palloncino volante che accompagna il titolo. Continuando a sfogliare il libro, ci imbattiamo in una illustrazione, la quarta, molto toccante. Appaiono sei finestre, delle quali due sono della soffitta dove Anne respira aria pura; dove una foglia sta avvicinandosi alla sua mano; dove l’ippocastano si riflette su cinque finestre in tutta la sua gloria. Esso regala ad Anne non solo lo spettacolo delle stagioni, ma le permette di sognare la libertà e la natura, passioni che poteva coltivare solo nella sua fantasia. Secondo Gaston Bachelard “L’immaginazione è un albero. Ha le virtù integratrici di un albero. E’ radici e rami. Vive tra terra e cielo. L’albero immaginato diviene impercettibilmente cosmologico, epitome  e creatore di un universo”

   L’illustrazione successiva riguarda il 1940 e l’urgenza di cercare un nascondiglio nella soffitta. La serie dei DIVIETI  culmina con la fortissima frase VIETATO ESISTERE. Si vedono da una parte quattro cartelli in diverse calligrafie e sette. elmetti minacciosi indossati da soldati visti da spalle e di profilo, con una durissima espressione del viso; dall’altra parte un soldato con il manganello in mano è pronto a colpire. Case e soldati sono tratteggiati a matita, e l’inquietante sfondo marrone scuro, in pastello, simboleggia pericolo e cattiveria. Alla doppia pagina successiva, arriva il momento in cui i giovani lettori inizieranno a porre delle domande: non c’è testo perché non ce n’è bisogno. Tutta la famiglia diventa clandestina, è ingabbiata dalla persecuzione, è segnata dalla stella gialla; ma in alto c’è anche una stella che li sovrasta, che forse rappresenta la loro spiritualità. Voltando pagina ci troviamo di fronte ad un quadro pieno di significato e di grande poesia. Vediamo le gocce d’acqua, i  corpi visti di profilo di Anne insieme al padre con le stelle gialle sui loro impermeabili, che si riflettono sulle acque del canale dopo l’ultima passeggiata in condizione di libertà.

   Anne appare subito dopo con un abito a maniche corte, di fronte ad un tavolino con un calamaio. Il suo angoletto è l’unica macchia di colore molto minimalista ed essenziale, su uno sfondo tutto cupo. Le pagine del diario sono bianche e la penna in mano non sembra in movimento, quasi a rappresentare un momento di riflessione per prendere fiato, coraggio. Nell’illustrazione successiva il lettore come se fosse all’interno  guarda all’esterno un albero realistico e spoglio; il colore rosso poco usato nelle prime pagine serve ad enfatizzare la importanza della finestra del piccolo lucernaio che occupa tutta la pagina, un gioco tra sogno e realtà. Qualche mese dopo, l’ippocastano appare in piena fioritura con un ape gioiosa che gli ronza intorno, espressione positiva di bellezza catturata da una matita soffice e dai tratti molto precisi. All’esplosione della vita segue l’esplosione delle bombe che cadono ovunque, seguita da una doppia pagina per riflettere e discutere divisa trasversalmente in due. Nella parte superiore dell’illustrazione c’è il male, il buio, la distruzione che sta sgretolando il tessuto connettivo della città. La tranquillità ha lasciato posto al dolore, all’oppressione, all’oscurità; è una situazione inquietante. Però si intuisce un filo di speranza nel bambino dalle guance rosse che gioca con il cerchio, perché dopo la tragedia la vita continua.

   Alla fine del racconto colpisce una foglia che, simbolicamente, ha seguito Anne e rimane catturata nel filo spinato. Si respira un’ aria di tristezza e di separazione; Anne muore ma c’è la percezione del futuro perché il padre sopravvivera. C’è ottimismo e tenerezza nella mezza figura di grandi proporzioni  di un bambino con in mano un inaffiatoio d’epoca; se un giorno l’albero sarà abbattuto, un suo innesto attecchirà e diventerà grande se sarà regolarmente innaffiato. A un albero narratore, protagonista quasi umanizzato che ha condiviso due anni di vita con Anne, è stata data voce: egli sente, pensa, intuisce e può permettersi di parlare con i bambini e ragazzi di concetti reali e duri, di introdurli senza spaventarli al tema della Shoah pur mantenendo intatta la forza di quel tragico periodo storico. Nella realtà, il fatto che un personaggio così amato come Anne  abbia descritto il “suo” albero con tanto affetto e vivacità lo ha fatto diventare unico e prezioso al punto che, alla notizia che doveva essere abbattuto, si sono levate tante voci per proteggerlo. Ed è comprensibile, perché è un albero sofferente ma privilegiato: il suo ricordo sarò mantenuto grazie a questo libro originale che probabilmente verrà letto prima del diario di Anne. Anche lo scopo del racconto è stato raggiunto, perché la memoria  di quel momento doloroso della storia dell’umanità non sarà dispersa.

         Passando alla cronaca, secondo le ultimissime notizie l’albero di Anne Frank non avrà nulla da temere per i prossimi 10/15 anni: la sentenza di abbattimento è stata sospesa, e l’albero per ora verrà sostenuto da un’impalcatura di acciaio. Ora, poi, egli continua a vivere anche on-line. Il bellissimo sito della Fondazione che porta il nome di Anne Frank (www.annafranktree.com) consente infatti ai visitatori di posare su un ippocastano virtuale una foglia con il proprio nome, l’età e la città di residenza. Il sito è stato pensato per mantenere in vita gli ideali di Anne Frank, e far dialogare tra loro gli allievi delle innumerevoli scuole di tutto il mondo a lei intitolate. “Una singola Anne Frank”, lo ha ricordato nel 1986 Primo Levi, “desta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei, ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è necessario che sia così: se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere”. .

Roma, 18 maggio 2010                                            Ana Fitzpatrick


Sulla mostra:”L’ALBERO DI ANNE” di Pupa Garriba

   Avevo sentito parlare molto dell’ ”Albero di Anne” ancora prima di averlo tra le mani. Dopo aver ricevuta la proposta di presentarlo dalle amiche della Biblioteca Internazionale in occasione della Giornata della Memoria– proposta che non avevo potuto accettare per impegni precedenti – avevo fatto delle ricerche per capire qualcosa di più sulla struttura del libro, sulla personalità della scrittrice francese, sul giovane illustratore italiano già avviato sulla strada di una luminosa carriera. Oltre, bene inteso, sull’editrice “Orecchio acerbo”, che ho scoperto offrire sicure garanzie dato che pubblica libri per ragazzi  che non recano danni agli adulti / libri per adulti che non recano danni ai ragazzi.  Ecco spiegato il mio entusiasmo nell’accettare la seconda proposta di presentare “L’albero di Anne”, questa volta alla Casa della memoria che ormai da qualche anno è diventata un poco anche casa mia.

    Sono ormai molti anni che mi occupo di trasmissione della memoria, memoria rivolta non solo agli studenti delle scuole medie e superiori, ma anche agli alunni delle scuole elementari. Credo di essere stata tra le prime ad affrontare la sfida di  raccontare ai più piccoli alcuni momenti drammatici della nostra storia recente, contando anche sul fatto che mi presento con i ricordi della bambina di un tempo, che i bambini di oggi possono immaginare come loro coetanea. Inoltre, tenuto conto non solo dell’età che avevo allora, ma anche del fatto di essere stata vittima delle stesse persecuzioni razziali, sono stata spesso accostata ad Anne Frank. Accostamento che probabilmente devono aver fatto in qualche modo anche le mie figlie quando, raggiunta la prima adolescenza e sapendo che pure io ero stata costretta a nascondermi, sono state accompagnate da me e dal loro padre a visitare il rifugio di Anne al n. 263 di Prinsengracht, nel centrale quartiere di Jordan alle spalle di uno dei tanti canali di Amsterdam. Quella visita è stata per Aviva e Ruth una tappa importante della loro vita, non solo perché da allora si sono assunte l’onere di farsi carico della memoria, ma anche perché è stato il punto di partenza nel rifiutare, in modo attivo e deciso, ogni forma di discriminazione sotto qualunque aspetto  possa presentarsi. La memoria, quindi, non solo per non dimenticare il passato, ma anche per leggere correttamente il presente e  per preparare un futuro possibilmente migliore.  Gli attuali segnali non sono per niente consolanti: è di una settimana fa la grande scritta “ANNA NON L’ HA FATTA FRANK” sul muro della posta centrale di Bravetta.  Il mio pessimismo trova conferma da recentissime rilevazioni di Betti Guetta del Cdec di Milano, secondo il quale “grazie ad Internet è diventato molto facile trovare materiale antisemita e negazionista. Queste idee, che appaiono spesso rivestite da un’autorità pseudo-scientifica, circolano liberamente e vengono assorbite da molta gente, specie tra i giovani. Così si crea nella percezione di tanti una sorta di diritto ad essere antisemiti, anche perché è scarsa la conoscenza di persone di religione ebraica, o dell’ebraismo”.  Ha proprio ragione Eugenio Scalfari, quando afferma che bisogna avere più paura degli imbarbariti che dei barbari.

   Con la nascita dei nipoti, in particolare di quelli che vivono in Italia, mi sono spesso domandata in che modo avrei potuto affrontare questo argomento, o come rispondere alle loro domande. Per le mie figlie era stato certamente più facile, perché in casa dei loro nonni avevano preso presto confidenza con le storie legate a certi ritratti, a determinati oggetti, a una serie di fotografie che non si erano ancora ingiallite. Con i nipoti, invece, non sapevo quale occasione cogliere per iniziare  una storia che coinvolge così profondamente la nostra famiglia, scartando però decisamente le celebrazioni ufficiali che  – a livello personale – mi convincono poco, anche se obiettivamente hanno dimostrato di avere in molti casi una loro utile funzione. Ebbene, è stato “L’albero di Anne” che mi ha indotto per la prima volta ad affrontare l’argomento quando, pochi giorni fa, Amira di 5 anni e mezzo, e Noam di quasi quattro anni sono venuti a trovarmi (quindi ambedue hanno un’età inferiore a quella suggerita per la lettura). Come sempre avevo preparato un libro, da sfogliare insieme e poi eventualmente da regalare; ma anche se avevo già messo da parte “Un cagnolino per Efrat” di Abraham Yehoshua, ho deciso improvvisamente di mostrare loro il libro di Irène Cohen-Janca, che ero sicura avrebbe incantato loro quanto aveva incantato me. I due bambini, con accanto i loro genitori, sono rimasti affascinati dai disegni e dalla storia, un po’ alleggerita da alcuni dettagli, che mi  ero messa a leggere; mia figlia si è alternata con me nel rispondere alle loro domande sul perché Anne doveva nascondersi, o sul significato della stella gialla. Abbiamo sfogliato e risfogliato il libro fino al momento del commiato, ed è stato allora che Noam ha afferrato “L’albero di Anne” e ha detto deciso “questo ce lo portiamo a casa noi”, sostenuto con forza anche da sua sorella; i due bambini se ne sono andati in pace solo quando ho promesso che lo avrebbero riavuto tra le mani dopo la presentazione odierna. Che dire? E’ un’ulteriore ragione per essere grata ad “Orecchio acerbo” per avere pubblicata l’edizione italiana di un libro, che produce questi risultati nei  lettori anche molto  piccoli.

   Riprendo quanto avevo detto all’inizio a proposito delle mie ricerche sulla struttura, l’autrice e il disegnatore Maurizio Quadrello prima ancora di avere in mano “L’albero di Anne”. Aggiungo ora che mi è stato subito chiaro il legame tra il libro e il giovane francese Ilan Halimi, alla cui memoria lo stesso è dedicato; legame che mi ha permesso di individuare una seconda traccia seguita dall’autrice, al di là di una prima lettura relativa al rapporto diretto tra Anne e l’ippocastano, suo unico contatto con la natura  che era diventata irraggiungibile da quando essa era stata costretta a raggiungere il nascondiglio per sfuggire alla cattura. E’ molto probabile che Irène Cohen-Janca, tunisina trapiantata da tempo in Francia che non conosco personalmente,  sia stata ispirata, nello scrivere il libro, anche dallo stretto legame che unisce il mondo ebraico agli alberi. La tradizione rabbinica insegna che La vita dell’uomo dipende dagli alberi. ( Jalkuth Shimoni Devarim, 30), ed è la stessa Anne a rivelarci nel diario come la qualità della sua vita di reclusa migliorasse alla vista dell’ ippocastano, che scorgeva dalla soffitta “…in piena fioritura dalla testa ai piedi, pieno di foglie e più bello dell’anno scorso”, e che le permetteva di indovinare il cambiamento delle stagioni quando sfioriva e rifioriva “dopo questo inverno mite, una bellissima primavera…il nostro ippocastano è già abbastanza verde, e qua e là si vede persino qualche candelina”.

   Questa mia deduzione è avvalorata dal fatto che è consuetudine nel mondo ebraico piantare alberi in occasione di nascite, maggiorità religiose, matrimoni e soprattutto per la scomparsa di persone care, perché un albero che porta il loro nome vuol dire infinite primavere. Così, ci racconta Irène Cohen-Janca, il piccolo ramo staccato dal tronco malato e piantato al posto dell’ippocastano abbattuto continuerà a mantenere vivo nel tempo il ricordo di Anne  al 263 di Prinsengracht, in accordo ad un’altra raccomandazione della tradizione ebraica che invita a: Non dire mai “ Non pianteremo”.   Al contrario, piantate per i vostri figli, come i vostri antenati hanno piantato per voi. ( Avoth di Rabbi Nathan).   In futuro il ricordo  di Anne Frank, per chi leggerà questo libro prezioso – ed ecco una terza lettura – rimarrà legato a quello del 23enne Ilan Halimi, commesso in un negozio di cellulari; adescato da una graziosa ragazza; sequestrato da una gang di coetanei a scopo di riscatto nonostante le modeste condizioni economiche della famiglia perché – a tutt’oggi, nell’immaginario collettivo- gli ebrei sono spesso considerati tutti immensamente ricchi; poi, torturato durante tre lunghe settimane, e infine ucciso nella civilissima Francia. Era il 13 febbraio 2006, giorno di Tubishvat, il capodanno degli alberi che secondo il calendario ebraico cade ai primi accenni della primavera.

   Io sono tra coloro che  nutrono la speranza che, con i ricordi, non si intrufolino funghi e parassiti nel piccolo ramo piantato al posto dell’ippocastano malato e abbattuto.  Anch’io ritengo sia bene ricordare che i parassiti più pericolosi sono i tarli, quelli della memoria. Quelli che vorrebbero intaccare, fino a  negarlo, il ricordo di Anne Frank che, per noi che abbiamo letto il bel libro pubblicato da “Orecchio acerbo”, rimarrà indelebilmente unito a quello del giovane francese, il cui “caso” è analogo a quello del giornalista statunitense Daniel Pearl del Wall Street Journal, anche lui ucciso orrendamente in Pakistan nel 2002 per il solo fatto di essere ebreo. Ma mentre la storia di Daniel Pearl è stata ampiamente conosciuta grazie al libro scritto dalla moglie Marianne, da cui è stato tratto il film “Un cuore grande” con Angelina Jolie, il “caso” di Ilan Halimi  figlio di una centralinista è stato tenuto in Francia su un registro basso per non urtare la “sensibilità” delle comunità musulmane delle periferie.  Aggiungo per la cronaca che la drammatica vicenda del giovane  francese ha registrato in Italia un disinteresse quasi generale da parte dei mezzi comunicazione, che si sono limitati a qualche breve accenno e nulla più.

   Come potete comprendere da quanto vi ho appena detto, avevo più di una buona ragione per accettare con entusiasmo la presentazione di un libro davvero speciale. Secondo Dino Buzzati, scrivere un libro per ragazzi è come scriverlo per gli altri, solo  è più difficile. Irène Cohen-Janca, magnificamente coadiuvata da Maurizio Quadrello, hanno vinto una bella sfida mandando alle stampe un opera essenziale, prima di retorica, che avvicina con delicatezza i più giovani al  tragico tema della Shoah attraverso l’immaginazione e la poesia.

Roma, 18 maggio 2010

                                                            Pupa Garribba


“De/Portees”

Il progetto “De/Portees”

Il progetto “De/Portees” consiste in una installazione “site specific” per la Casa della Memoria e della Storia composta da una videoproiezione multiscreen in memoria degli Italiani deportati. L’opera è stata realizzata dal noto artista statunitense Jack Sal (Waterbury, Connecticut 1954, vive tra New York e l’Italia). Il progetto  è stato ideato e presentato in anteprima all’Istituto Italiano di Cultura di New York lo scorso gennaio, e si è concretizzato  alla Casa della Memoria e della Storia di Roma in aprile.

Un americano un po’ italiano, l’artista concettuale minimalista presenta tre diversi elenchi che rappresentano la sconvolgente entità numerica delle persone e dei luoghi coinvolti dalla deportazione nazista in Italia: dei campi italiani, dei deportati e dei luoghi in cui sono stati arrestati. Usando i colori primari, associati all’idea della proiezione video su schermi di dimensione ridotta, più una ripresa video dell’elenco dei deportati e la lettura di un testo di Primo Levi “lo spettatore entra nello spazio buio, in cui i punti di luce, le immagini e informazioni operano una dislocazione da un tipo di informazione all’altra”: così spiega Sal la sua installazione.

Il binomio Arte e memoria è alla base di questo progetto artistico che usa la video arte per rappresentare i deportati dall’Italia nei campi di concentramento nazisti. Il tutto a livelli molto minimali per non inficiare il messaggio. Molti non sanno, infatti, che furono un centinaio i campi di raccolta per la deportazione sparsi su tutto il territorio italiano e che, pur non essendo campi di sterminio, la destinazione delle persone che vi transitavano era comunque Auschwitz. Questi “campi sotto casa” sono luoghi di cui si è perso il ricordo e su cui il progetto artistico De/Portees interviene con un monito  alla memoria collettiva sottolineando l’inattendibilità del mito popolare di un’Italia innocente dell’orrore della deportazione, costretta solo a collaborare con i suoi alleati tedeschi/nazisti. La notevole quantità dei campi italiani e di persone deportate e arrestate smentisce drasticamente l’idea della mancanza di responsabilità. Oltre al campo più conosciuto di Fossoli-Carpi, in Emilia Romagna, furono centinaia i luoghi, parte di una catena all’interno del meccanismo di rastrellare, arrestare e deportare cittadini italiani e non, e abbandonarli al loro destino.

 

Chi è Jack Sal

E’ un artista concettuale minimalista, nel 1976 ha conseguito il Bachelor of Fine Arts al Philadelphia College of Art e nel 1978 il Master of Fine Arts  presso l’Art Institute di Chicago. Nel suo lavoro c’è un riferimento costante alla storia e preistoria della fotografia, in particolare alla tecnica del cliché-verre. “Il suo uso creativo e idiosincratico della carta fotografica assieme alla sua tecnica di mark making sono le coordinate attraverso cui introduce nel suo lavoro i concetti di luogo e tempo.” – scrive di lui Alessandro Cassin – “Le sue site specific insallations testimoniano il suo interesse nell’interazione tra opera d’arte e contesto architettonico, psicologico e sociale. Per Sal l’opera d’arte è la manifestazione tangibile di un’azione. I suoi oggetti, sculture, pitture e installazioni, sovvertono i presupposti tradizionali dell’arte, forzando lo spettatore a espandere le proprie aspettative su cosa sia e come funziona il processo di fruizione di un’opera d’arte”.

Le sue opere sono presenti nelle collezioni permanenti di numerosi musei, tra cui: Museum of Modern Art di New York; Ludwig Museum di Köln; Museum moderner Kunst di Vienna; Detroit Institute of Art; Yale University Art Gallery di New Haven; International Center of Photography/ICP di New York; Haags Gemeentemuseum The Hague (Olanda); Museum für Kunst und Gewerbe di Amburgo; Museum of Contemporary Photography di Chicago; Stedelijk Museum di Amsterdam; Bibliotheque Nationale di Parigi; Israel Museum di Gerusalemme; Baltimore Museum of Art di Baltimora; Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato; International Museum of Photography/GEH di Rochester (Usa); American Academy di Roma; Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, e in tanti altri musei privati e pubblici soprattutto negli Stati Uniti, Germania e Italia.

Dal 2009 espone alla Zone Contemporary Art di New York.


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