Cinema, storia e…migranti ieri e oggi – I edizione 2008

“La città dolente”

In seguito alla decisione di Parigi, Pola viene attribuita alla Iugoslavia. Meno pochissimi rinnegati, tutta la popolazione lascia la città; mentre gli emissari jugoslavi, cercano, con lusinghe, di trattenere quanti più cittadini è possibile. Berto, giovane operaio cade nella rete e malgrado le preghiere della moglie, preoccupata per l’avvenire del loro figlioletto, opta per la Iugoslavia, sedotto dall’idea di divenire il padrone dell’officina, nella quale lavora. Ma ben presto dovrà pentirsi amaramente della decisione presa. I macchinari vengono confiscati dal governo jugoslavo e la città, ormai semideserta, non offre possibilità di guadagno. Per l’intervento di una jugoslava, funzionaria del partito comunista, Berto riesce a far partire per Trieste la moglie col bimbo, che ha bisogno di cure. La jugoslava vorrebbe fare di Berto un propagandista del partito, e intanto si dà a lui, cercando di sedurlo; ma passata l’ebbrezza, l’uomo inveisce contro il governo, e viene arrestato e inviato in un campo di concentramento. Con l’aiuto di un sorvegliante, già suo amico, Berto riesce a fuggire. Dopo aver vagato per la campagna, raggiunge la costa, e trovata una barca, si mette a vogare di buona lena, dirigendosi verso la costa italiana; ma la raffica di un mitragliatrice jugoslava lo uccide.

Documentario,”Istria. Il diritto alla memoria”

Il documentario, prodotto da Rai Uno, è stato realizzato in occasione del cinquantesimo anniversario del Trattato di Parigi che sancì il passaggio dell’Istria alla Jugoslavia di Tito. Partendo da una dichiarazione di Claudio Magris (“in Italia non sanno neanche dov’è l’Istria”), il racconto si svolge su due binari paralleli: la storia e la geografia di quella regine. Parlano prestigiosi storici locali, parlano parenti di vittime delle foibe. E, per l’occasione, una foiba è stata esplorata con l’aiuto di uno speleologo. Parla Guido Miglia, giornalista e scrittore istriano, esule da Pola a Trieste, e rievoca da protagonista e testimone, il momento dell’esodo quasi totale dalla sua città. Parlano alcuni italiani rimasti in Istria: erano trentamila in tutto al momento in cui gli altri trecentocinquantamila si sparpagliavano in Italia e nel mondo, oggi sono sempre meno. E parlano anche le immagini: la vistosa “venezianità” di cittadine come Rovigno e Pirano, la bellezza quasi inimmaginabile delle coste, i monumenti romani di Pola che vanta la sua “Arena”, l’unico Colosseo che si specchia nel mare di fronte. Memoria dunque, e verità storica e umana, al di là e fuori da qualsiasi strumentalizzazione politica: “La verità è sempre rivoluzionaria”, come dice Claudio Magris nel documentario, citando Gramsci davanti al castello di Miramare, a Trieste.

“Rocco e i suoi fratelli”

Una famiglia di contadini lucani si trasferisce a Milano negli anni del boom economico e si disgrega, nonostante gli sforzi della vecchia madre per tenerla unita. Nelle cadenze di un romanzo di ampio respiro narrativo con ambizioni tragiche e risvolti decadentistici, è il più generoso dei film di Visconti, quello in cui, con qualche schematismo, passioni antiche e problemi moderni sono condotti a unità. La congerie delle numerose e talvolta contraddittorie fonti letterarie (T. Mann, Dostoevskij) trova ancora una volta il suo punto di fusione nel melodramma, nella predilezione per i contrasti assoluti. Quella dell’Idroscalo è una delle più tipiche scene madri di Visconti. Osteggiato dai politici e bersagliato dalla censura, è il solo film di Visconti che incassò nelle sale di seconda e terza visione più che in quelle di prima, in provincia più che nelle grandi città. Premio speciale della giuria alla mostra di Venezia. La vicenda giudiziaria continuò fino al 1966 quando Visconti fu assolto in modo definitivo. Nel 1969 la censura ribadì il divieto ai minori di 18 anni e nel 1979 fu allestita una nuova edizione per il passaggio in TV con altri tagli e taglietti.

Documentario “La passione del grano”

Del Frà e la Mangini, coniugi nella vita, lavorarono insieme ai loro documentari. Di Lino Del Frà, La passione del grano (1960), con testo di Ernesto De Martino: girato a S. Giorgio Lucano, in provincia di Matera, è una ricostruzione dell’antico rito della mietitura, residuo della civiltà mediterranea. Questo rituale aveva già interessato De Martino, che scrisse il testo del documentario insieme a Del Frà. Così scrive De Martino sul rituale: La cerimonia della mietitura che abbiamo avuto occasione di vedere a San Giorgio Lucano appartengono a un tipo ben noto agli studiosi di storia della religione: nell’opera del Mannhardt, del Frazer e, più recentemente, del Liungmon, se ne può trovare il repertorio nel folklore europeo e della fascia mediterranea dell’Africa e dell’Asia. In genere, queste cerimonie sono ormai scomparse, poiché, tra l’altro, sono possibili in un quadro di rapporti sociali feudali e semifeudali, e di un’agricoltura cerealicola arretrata, che non conosce macchine e non va al di là dell’aratro, della falce e della trebbiatura a mano o animale. I mietitori, con le falci, inseguono e circondano l’uomo-capro, lo uccidono e lo depongono sulla paglia, si recano poi dalla sposa del grano (mietitrice con covone), mimano la sua svestizione e la baciano, mentre le donne portano vino; infine gli stessi uomini vanno dal padrone, lo deridono e lo svestono con la punta delle falci.

“Stendalì”
«Un bel sasso, lucente e duro» viene definito, nel 1960, il film Stendalì di Cecilia Mangini. Stendalì, nel dialetto della Grecìa salentina “suonano ancora”, ritrae un lamento funebre contadino, rendendo su pellicola l’istituto del pianto rituale che affonda radici e origini antichissime ed è sopravissuto nel Salento sino ai primi anni sessanta del secolo appena trascorso.
Stendalì, che nasce immediatamente dopo Morte e pianto rituale di Ernesto de Martino, racchiude tutto ciò e tramite un coinvolgente e straordinario uso delle tecniche cinematografiche inchioda lo spettatore che rimane affascinato da questo prodotto cinematografico.
Il testo delle lamentazioni salentine, cantato dalle donne di Stendalì e interpretato nel filmato dall’attrice Lilla Brignone, viene tradotto da Pier Paolo Pasolini che coglie e mette in evidenza la struttura “a piramide” dei canti di morte. Nel canto di Pasolini, infatti, è presente una tensione che sale gradualmente e che si sposa perfettamente con un montaggio serrato delle immagini. Pasolini metabolizza, in una personale opera di riscrittura del materiale, quel sentimento autenticamente popolare e umano che traspare dai volti dei protagonisti del filmato.
Alla visione di questo piccolo capolavoro, una vera e propria «opera di poesia realistica» come scrive Pietro Pintus, numerose sollecitazioni tornano alla mente. Grazie a Stendalì è possibile ripercorrere un sentiero della memoria che appariva, prima di questa sua riproposta, vicolo cieco, relegato alla memoria di pochi ultimi.

“Sacco e Vanzetti”

Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono due anarchici italiani emigrati negli Usa a inizio Novecento. Nel 1920, a seguito di un attentato dinamitardo attribuito al movimento anarchico (ma mai rivendicato), vengono rastrellati numerosi italiani. Nicola e Bartolomeo sono trattenuti con l’accusa di rapina a mano armata ed omicidio. Il processo evidenzia non solo la loro innocenza ma la volontà delle autorità statunitensi di compiere un gesto di rappresaglia politica, condannando a morte i due anarchici italiani. Franklin Delano Roosevelt, Presidente degli USA dal 1933 al 1945, lo definisce «Il delitto più atroce compiuto in questo secolo dalla giustizia umana». Dopo sette anni, nel 1927, Sacco e Vanzetti verranno uccisi tramite sedia elettrica.   La potenza struggente dei dialoghi di questo capolavoro emerge prepotente nel colloquio a tre tra il Governatore, l’avvocato della pubblica accusa e Bartolomeo Vanzetti quando, a pochi giorni dall’esecuzione, i condannati, appoggiati da un’imponente mobilitazione di piazza, chiedono un provvedinento di clemenza.

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