“Diario di Gusen” di Aldo Carpi

Aldo Carpi arriva a Gusen nel maggio del 1944, dopo il carcere milanese di San Vittore, e vi trascorre un terribile anno. Fragile uomo, di cinquantasei anni (per allora un vecchio), pittore, insegnante all’accademia di Brera, marito affettuoso e padre di 6 figli. Cittadino del suo tempo, compie, come i suoi figli, la scelta della resistenza contro fascisti e tedeschi. E’ naturalmente vittima di una delazione. Il delatore è un collega. E’ profondamente credente, in un suo cristianesimo fatto di bontà, di spirito di servizio, di carità. Appena arrivato comincia, su foglietti raccolti o donati, il suo “Diario di Gusen” in forma di lettere alla moglie. Un lungo colloquio solitario, perché la moglie possa conoscere le sue pene mentre soffre, i suoi pensieri mentre gli attraversano la mente. Un modo per non cedere alla paura, alla stanchezza, un aggrapparsi alla necessità di fermare i ricordi anche a rischio della vita. Annotare quanto succedeva nei campi era punito con torture e con la morte, intorno a quei pezzetti di carte si appuntava anche l’occhio sospettoso e non sempre benevolo dei deportati che gli vivevano vicino. Aldo Carpi l’uomo, i suoi affetti, il pittore, il credente, non scomoda il suo Dio perché lo salvi, non Lo interroga sui perché, semplicemente si affida e con quello spirito aiuta come può i deportati che gli sono vicini. E’ vicino a Banfi nelle sue ultime ore, consola il ragazzino russo che gli poggia la testa sulla spalla. Divide il suo pane e la sua minestra con chi lo avvicina ancora più affamato di lui.
Si salva, la salvezza (come Levi ha ben scritto) è cieca, è nelle occasioni colte al volo, in un caso favorevole, in una conoscenza casualmente incontrata, in un pezzo di pane, in un uovo arrivato nel momento di maggior sfinimento, nel non lasciarsi andare al destino della disperazione. Aldo dice: “Io ero già così piccolo e magro che diminuire di qualche chilo non ha voluto dire molto”. La pittura è la sua salvezza ma anche il suo tormento: dove sono i paesaggi preferiti dalla sua creatività? Fare ritratti non gli piace ma deve farli. Deve lavorare costantemente, perché è quello che gli concede di vivere e la sua “produttività” viene misurata. Ritratti di SS, di fidanzate di SS, fiori. Non gli è permesso di disegnare quello che vede. Lo farà dopo, appena liberato. Gli schizzi delle larve umane del lager, il ritratto dell’architetto Banfi, i prodotti della sua memoria visiva li farà dopo la liberazione.
I lunghi giorni dell’attesa del rimpatrio sono altri racconti di sofferenza. Certo è fuori dal lager, è ospite dell’esercito americano, ha abbastanza da mangiare e da fumare, ma è solo, non è padrone della lingua, non ha notizie che frammentarie di quanto sta accadendo in Italia e la sua pittura continua a procurargli ansia e fatica. In tanti vogliono il ritratto e gli promettono una partenza vicina. E’ come una fragile foglia mossa dal vento della cecità della guerra.
La sera del 24 luglio, tre mesi dopo la liberazione, torna a Milano nella sua casa, è riuscito a portare con sé i suoi pezzetti di carta per Maria. Con l’aiuto del figlio Pinin lavorerà al suo “Diario di Gusen”, che sarà edito da Einaudi nel 1993. Il libro si chiude con le sue parole: “Poi ho saputo di Paolo. Noi vivevamo nella speranza che tornasse, pareva impossibile che non tornasse. Appena arrivato ho contato i figli: 1,2,3,4,5, e uno mancava. Non mi è venuto in mente di continuare il diario, non ho scritto più…..”.
Chissà se dopo, negli anni trascorsi da direttore dell’Accademia di Brera avrà realizzato il suo sogno degli ultimi giorni di lager, dedicato a Maria: “[…] andremo insieme (12 aprile ‘45) […] rivedere Venezia, giungere alla stazione, non prendere la gondola per economia, avviarsi al battello […] fare quella magnifica, sempre più bella traversata del Canal Grande, in mezzo a quei palazzi incantati, in quelle acque di un verde di cobalto”.
Cosa ci possono dare di importante questi libri di memorie e le testimonianze degli ex deportati ancora in vita che già non si sappia? Perché ancora leggere ed ascoltare? Dopo che il testimone ha svolto il ruolo fondamentale per dissipare i dubbi, il negazionismo, il disimpegno nei confronti di un passato che ancora incombe, la Storia ha preso in carica le tragedie delle deportazioni e dello sterminio. Tuttavia in questi libri di memorie vi è il segreto dell’animo umano, le sue risorse, le sue debolezze, le sue cattiverie nei precipizi della disperazione, faccia a faccia con i suoi persecutori, nella solitudine del male supremo che è la perdita della libertà.
Resta la speranza che questi libri ci aiutino a capire, a condannare e a condividere la sofferenza che grava sul cuore dei diversi di oggi, dei migranti, dei respinti, a giudicare chi priva queste donne e questi uomini della libertà di una scelta di vita, che appartiene dalla nascita ad ogni essere umano.

Vera Michelin Salomon

 Approfondimento

Non si può parlare del “Diario” di Aldo Carpi senza sapere che cos’era Gusen, dipendenza del grande Lager di Mauthausen, e che cosa ha rappresentato questo luogo di violenza e di morte nell’universo concentrazionario nazista. Campo dedicato alle cave di pietra, una pietra buona per fare bei palazzi: i palazzi di Linz e di Vienna.
La costruzione del campo ebbe inizio nel dicembre 1939 in una zona a circa 4 chilometri e mezzo da Mauthausen, alla confluenza del fiume Gusen nel Danubio, tra le cittadine di St. Georgen e Langenstein. Nell’estate del 1941 venne installato il crematorio. Entrò in funzione il 28 gennaio 1941 e il 29 gennaio successivo vennero inceneriti i primi cadaveri di prigionieri. Da quel giorno, fino al 2 maggio 1945 furono circa 30.000 le salme di prigionieri che vi vennero bruciate. Le condizioni di vita dei prigionieri erano durissime. Sveglia alle 4.45 (d’estate alle 5.45) al suono di una campana, buttati giù dai rozzi, scomodi e affollati giacigli a suon di bastonate. Il più rapidamente possibile dovevano rifare il letto, ovvero spianare i sacchi di paglia e ripiegare le coperte. Lavarsi in tutta fretta, ingoiare celermente la “minestra“ o il “caffè“. Poi in colonna per l’appello mattutino. Non più tardi delle 6.30 al lavoro nelle cave. Il riposo notturno non durava più di 6 ore al massimo, in molti casi anche meno. Negli anni 1940 – 1941, migliaia di prigionieri lavorarono e morirono nelle cave. Tra questi circa 700 bambini e ragazzi sovietici, dai 12 ai 16 anni di età. Tra l’ottobre 1941 ed il maggio 1942 i prigionieri di guerra sovietici massacrati nelle miniere furono 2.151. Per una regola del campo i sospetti di malattie contagiose, gli invalidi e i non abili al lavoro venivano eliminati senza scrupolo. Vi era una baracca, denominata “cava“, la numero 30, in cui venivano rinchiusi i malati – o sospetti – di TBC ed eliminati con una iniezione nel cuore. Nella baracca 31, la “stazione“ (il Banhof del libro di Carpi), chi era preda della dissenteria veniva abbandonato, senza alcuna cura. Chi non moriva da solo tra atroci dolori negli spasimi della sete, trovava la morte sotto le bastonate del più vecchio del gruppo di rinchiusi. Vi si veniva anche assassinati per fame, non ricevendo, poiché inabili al lavoro, alcuna razione di vitto. Una gassazione di un numero imprecisato di prigionieri, tra 684 e 892, ebbe luogo anche nella notte tra il 21 ed il 22 aprile 1945, nella baracca 31, due settimane prima della liberazione del campo. Si calcola che vennero deportate in Gusen, tra il 25 maggio 1940 e il 4 maggio 1945, complessivamente 67.677 persone.
Quando il 5 maggio 1945 le unità dell’armata americana liberarono il campo, trovarono 2.000 sopravvissuti ridotti a scheletri, in condizioni tali che molti morirono nelle ore successive nello stesso campo o in ospedali. Risultano essere stati deportati a Gusen 3.226 italiani. I morti sono stati 1.433, di cui 19 erano nati a Roma. Di questi ultimi, 5 erano ebrei. Il 18 settembre 1961il crematorio è stato trasformato in un luogo commemorativo dai superstiti italiani, francesi, belgi.

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