Nello specchio del tempo

Un giorno, mentre riordinavo gli archivi di famiglia, sono rimasto colpito da una scatola di cartone piena di vecchie buste ingiallite nelle quali erano riavvolte con cura le antiche lastre fotografiche. Conoscevo già la loro storia, ma riordinando questi negativi, alcuni rovinati dagli anni, sono stato di nuovo sopraffatto dalla sensazione di sprofondare nel tempo, nell’infanzia di mio padre, negli anni Trenta della Russia di queste immagini in bianco e nero, scure, con l’emulsione che ribolle sul vetro come l’amalgama consumato di un vecchio specchio, talmente saturo di ricordi che oramai non riflette più la realtà ma soltanto i luoghi e le persone lontane nel tempo. 
“Sono le foto di zio Leva”, ripeteva mio padre mentre incollava i provini in un album ricavato da una piccola agenda in finta pelle nera e scrivendo minuziosamente, sotto ogni fotografia, didascalie del tipo La Mamma, io e Marina, il cascinale, estate 1933. Zio Leva era in realtà Lev Gornung (1902-1993), poeta, traduttore e fotografo a cui si devono i ritratti più belli di Anna Achmatova e di Boris Pasternak, amico dei nonni, che seguì Arsenij e Maria durante le loro villeggiature a Zavraž’e e Malojaroslavez, scattando una cronaca della famiglia Tarkovskij con la sua Fotokor 9×12 di produzione sovietica. Erano più di centosessanta le foto e via via che procedeva, l’album diventava sempre più grosso, più deforme, ma non importava, le guardava con tenerezza, con gli occhi assenti di chi sta altrove, forse accanto alla madre e alla sorellina in un bosco fatato intorno al leggendario cascinale. 
Utilizzò quelle immagini per il suo film autobiografico Lo specchio.  Ed è sorprendente con quanta cura sia riuscito a trasportare i personaggi, i luoghi e l’atmosfera di quelle fotografie dentro le sue inquadrature, ridando vita e anima al ricordo, oramai sbiadito e apparentemente irraggiungibile, della sua infanzia. C’ero anch’io sul set nel 1973, avevo a malapena tre anni, ma ricordo come se fosse ieri la scena dell’incendio. Ero seduto sotto la cinepresa guardando e ascoltando terrorizzato l’assordante boato delle fiamme che consumavano il granaio di legno, che crepitava e fischiava lamentandosi dell’irruenza e della devastante voracità del fuoco. Ne rimase soltanto un grosso mucchio di carboni. Vladimir Muraško, il fotografo del set, scattò molte fotografie, inclusa una mia in tutina gialla, con il broncio e il dito puntato sull’obiettivo in attesa del fatidico “ciack si gira!”. 
Così, rovistando tra gli archivi fotografici e i ricordi, è nata l’idea di una mostra che, in occasione del ventennale della scomparsa di mio padre, raccontasse la sua infanzia e i luoghi della memoria reale tramite le bellissime immagini di zio Leva, e di quella immaginaria, ma altrettanto vera de Lo specchio, attraverso le fotografie del set. 
Per accompagnare questo viaggio a ritroso nel tempo ho voluto tradurre un racconto scritto da mio padre negli anni Sessanta. Parla di una visita a sua madre e di una scatola di vecchie fotografie, proprio quelle di Lev Gornung, che si mettono a guardare insieme ritornando con la mente agli anni forse più felici della loro vita. 
Infine le poesie di Arsenij Tarkovskij: un legame invisibile tra il ricordo e il presente, un canto che cancella la morte fermando il tempo stesso e trasfigurando questa triste ricorrenza in un elogio all’immortalità.

Andrej A. Tarkovskij

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