“Non Tacere” di Fabio Grimaldi proiezione nella sezione video di Testi e Testimoni 2009

Nell’ambito della sezione video della rassegna Testi e Testimoni 2009 il 2 dicembre  è stato proiettato il documentario di Fabio Grimaldi “Non Tacere”  che narra la vita di Don Sardelli.

Una scuola per la vita
Il documentario narra le storie di vita di don Roberto, e le vicende, a dir poco straordinarie, della scuola 725, che egli fondò nel 1968 a Roma tra i baraccati dell’Acquedotto Felice.
Don Roberto ha una visione assolutamente nuova e innovativa della formazione dei ragazzi. Con la scuola 725 vuole colmare le imperdonabili lacune e i ritardi della scuola di Stato, ma vuole anche ‘andare oltre’: sa che deve preparare gli allievi alla vita e alle dure prove che li attendono, sa che i marginali devono gridare più forte per avere la possibilità di essere ascoltati. Don Roberto vuole che i ragazzi rivendichino con orgoglio le loro umili origini, le culture d’appartenenza, ma vuole che prendano coscienza della loro condizione, per liberarsi dalla paura e dal bisogno, per affermare con coraggio la propria dignità.
I libri che legge con i suoi ragazzi devono essere strumenti indispensabili e non decorazioni. La scuola 725, pertanto, è dura, non lascia spazio alla divagazione, alla ricreazione. I ragazzi della 725 devono essere più bravi degli altri, devono imparare a lottare per migliorarsi, per evitare d’essere relegati in una condizione d’esclusione e di sfruttamento. L’esperienza avrà termine con il trasferimento dei baraccati dall’Acquedotto Felice alle case popolari del quartiere Nuova Ostia.
La 725 divenne un vero e proprio laboratorio di sperimentazione di una nuova didattica e di un nuovo modo di stare insieme. Quella esperienza produsse una vasta eco, suscitando l’entusiasmo delle persone più sensibili e tirandosi dietro, però, la feroce critica della Curia, dei partiti conservatori e dei ‘benpensanti’, che videro nel prete un cattivo maestro, un sovvertitore delle coscienze dei ragazzi. Sardelli insegnava a disobbedire, svergognando le contraddizioni del potere.
Criticato per le sue fughe in avanti, guardato con diffidenza da molti, non sembrava preoccuparsi troppo dell’isolamento. Per i suoi baraccati voleva cultura e concretezza: nello scollamento materiale e morale del baraccamento, la disciplina era indispensabile per contrapporre un’identità precisa e dura a un potere che ancora oggi mira all’anomia, all’indifferenza, alla rassegnazione, al ricatto, a creare masse di manovra inebetite dall’insicurezza e dalla paura.
Il prete non parlava solo di giustizia divina, ma di giustizia sulla terra, sollecitando i ragazzi a rivendicare dignità e diritti. Nella scuola si leggeva di tutto, dal Vangelo ai quotidiani, dalla biografia di Malcom X a quella di Ghandi, fino ai volumi di Fanon. Si affrontava ogni genere di discussione, si parlava di divorzio, di aborto e di politica in generale.
Don Roberto si fece promotore anche della lotta per la casa e partecipò con i baraccati al movimento che occupava le case sfitte edificate dai costruttori romani, quei ‘palazzinari’ divenuti famosi per il ‘sacco di Roma’, lo scempio edilizio perpetrato per fini speculativi ai danni della città con la connivenza di partiti politici e Curia Romana.
Il grave problema della mancanza di alloggi d’edilizia popolare a Roma diede lo spunto a don Roberto e ai ragazzi della scuola 725 di scrivere una lettera di denuncia al sindaco di Roma, sul modello di Lettera a una professoressa di don Milani, che così iniziava: “Noi mandiamo questa lettera al sindaco perché è il capo della città. Egli ha il diritto e il dovere di sapere che migliaia di suoi cittadini vivono nei ghetti. Nella lettera abbiamo voluto dire una sola idea: la politica deve essere fatta dal popolo”.
La lettera, oltre a rappresentare una dura denuncia delle condizioni disumane in cui erano costrette migliaia di famiglie, conteneva il segno distintivo del pensiero di quel prete ribelle, che non perdeva occasione per indicare agli ‘ultimi’ la via della rivendicazione per il riscatto sociale e per l’affermazione della dignità. La lettera, come tutte le iniziative di don Roberto, fece molto discutere.

Don Roberto Sardelli nasce nel 1935 a Pontecorvo, nella bassa Ciociaria. Nel 1960 entra in seminario a Roma, dove viene ordinato sacerdote nel 1965. Don Roberto coltiva uno spiccato interesse per la letteratura e il giornalismo. Da subito è chiara la sua vocazione nell’impegno a fianco di poveri e di emarginati: sarà la missione che lo accompagnerà per tutta la vita nella ferma convinzione di dare il più alto significato al messaggio di Cristo.
Le sue idee, la sua fede, la sua vocazione di educatore, lo vedono costantemente al fianco degli ‘ultimi’, che spinge con passione allo studio, alla ricerca, alla lotta per il riscatto dal bisogno e dall’emarginazione.
Nel 1968 lascia la parrocchia di San Policarpo, nel quartiere Tuscolano a Roma, e va a vivere con i baraccati dell’Acquedotto Felice. Lì don Roberto organizza una scuola, la 725, che prende il nome dal numero civico della baracca che la ospita. Seicentocinquanta famiglie hanno vissuto vicino all’acquedotto fino al 1974, anno in cui il Comune assegnò loro le case. Il primo problema da risolvere era quello scolastico, visto che i ragazzi che vivevano nelle baracche stavano nelle classi differenziali. Queste venivano ricavate da specie di scantinati dove il preside della scuola metteva a insegnare i professori peggiori.
Don Roberto è un prete scomodo che spesso balza agli onori della cronaca per le sue scelte coraggiose. Le sue parole e le sue azioni alimentano roventi polemiche con il potere politico ed ecclesiastico, verso cui – animato da un’incredibile passione cristiana e civile – spesso si scaglia, contestandone abusi, omissioni e ipocrisie.

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