Presentazione del libro “La Repubblica di un solo giorno” di Ugo Riccarelli

Il 12 Aprile è stato realizzato un incontro per le scuole per presentare il libro “La repubblica di un solo giorno” , una storia romanzata delle vicende dei ragazzi protagonisti della batttaglia del Gianicolo, romanzo scritto insieme all’omonimo spettacolo di Marco Baliani.

Pubblichiamo di seguito gli interventi dei relatori presenti.

La repubblica di un solo giorno

di Ugo Ricciarelli

Intervento di Elisabetta Bolondi

La Repubblica Romana del 1849 è un mito,  mito rinverdito recentemente in questo centocinquantesimo anniversario dell’Unità,   da Roberto Benigni che nella sua recente lezione sanremese  sul Risorgimento ha raccontato con commozione e grande intensità Goffredo Mameli giovane volontario combattente per la difesa della neonata Repubblica ed autore dell’inno divenuto poi l’inno  Nazionale.  Anche in questo bel libro di Riccarelli compare questo motivetto, cantato dai giovanissimi patrioti romani, anche loro si chiedono interdetti  cosa sia “L’elmo di Scipio”, ma capiscono subito cosa significhi “Fratelli d’Italia” e che si tratta di  una canzone di speranza, oltre che di guerra, per raccontare quello che sta succedendo a Roma, in quei gironi, magari a quanti verranno dopo.

Ugo Riccarelli, già autore di un bellissimo libro, “Il dolore perfetto”,  ci regala ora  un piccolo, intenso romanzo, che al contrario di quello che avviene di solito, segue una messa in scena teatrale di un testo drammaturgico scritto a più mani, con Marco Baliani, che è ora in tournée in tutta Italia. Nel romanzo le figure celebri del nostro Risorgimento, Giuseppe Mazzini, Pio IX, Giuseppe   Garibaldi, Goffredo Mameli restano sullo sfondo, mentre prendono vita personaggi di fantasia, popolani, prostitute, papalini,  che sono altrettante metafore di quel momento storico così pieno di illusioni e di fiducia che caratterizzò quella coraggiosa disperata avventura. Ecco allora Ranieri e Aurelio, ragazzi lombardi  venuti a Roma dal nord, seguaci rispettivamente di Mazzini e di Garibaldi, e dunque in contrasto sulla strategia rivoluzionaria da perseguire, ma dotati di una grande contagiosa speranza di cambiare il mondo; ecco la prostituta trasteverina  Maddalena, strumento nelle mani di preti rozzi e  corrotti,  di nobili reazionari che, innamoratasi del bel Ranieri, diviene, convinta dai suoi abbracci e dalla dolcezza delle sue parole,  infermiera nell’ospedale San Gallicano  dove la principessa Cristina di Belgiojoso ha organizzato l’accoglienza e la cura dei feriti, trovando finalmente un  ruolo e dignità; una delle pagine più intense del libro è il dialogo tra Maddalena, dagli occhi azzurri e profondi, e Cristina, l’aristocratica milanese che ha scelto di votarsi alla causa patriottica. Le due donne sono una di fronte all’altra, nell’ospedale improvvisato dove si curano i feriti fasciandoli con lenzuola strappate e poco più. Maddalena viene accolta senza riserve, senza domande, senza pregiudizi. Anche se è stata una prostituta, ora ha una nuova vita, può essere utile, le cose sono cambiate: Cristina di Belgiojoso è convincente, sicura, determinata, disinteressata ai pettegolezzi e alle maldicenze che la circondano: Maddalena ne è incantata, dopo l’inevitabile diffidenza nei confronti della principessa,  e da quel momento diventa una colonna dell’ospedale, imparando in breve a soccorrere, medicare, organizzare.

 Ecco infine il  piccolo ladruncolo trasteverino Lucio, capo di una banda di ragazzini affamati e violenti,  che deve all’incontro con i patrioti Ranieri e Aurelio che predicano libertà, democrazia, costituzione, dignità per  tutti,  la propria iniziazione  politica e l’impegno entusiasta che lo porterà, purtroppo, ad una morte “eroica”. Lucio ha appena dodici anni, conosce solo il furto e la legge del coltello, è analfabeta, è affamato. Eppure la sua tracotanza da piccolo bullo romano viene lentamente sconfitta dal fascino delle parole di Ranieri, che saprà giocare sul suo amor proprio, sul suo coraggio, per includerlo nella rete dei giovanissimi che appoggiano la difesa  della Repubblica romana.

Le parole chiave di questo libro sono poche, ma chiare  determinanti per la comprensione del testo: paura, che aleggia e viene ripetuta con ossessiva intensità: la paura di Lucio di non essere all’altezza dei suoi compiti, la paura di non farcela ad essere adulto, la paura della morte, per la quale certamente non si sente pronto, anche se la sfida con inatteso coraggio, la paura dei popolani romani di essere abbandonati dopo l’ubriacatura della guerra;  la speranza, quella di Maddalena che intravede la possibilità di una nuova vita, la speranza che i patrioti siano nel giusto e le loro promesse vengano mantenute, la speranza che pure per le donne la repubblica porti un destino nuovo, la speranza che l’Italia che ancora non c’è  diventi “’na cosa nova, giusta, bona e grande” E ancora parole, quelle che si sono scambiate Ranieri e Maddalena,  parole dolci come carezze contrapposte a quelle offensive e violente  a cui la vita di prima l’aveva abituata, le parole di Mazzini che sono state una promessa non realizzata, le parole scritte sulle grida dei muri di Roma e che Lucio riconosce solo quando decifra il nome della città: solo quattro segni dipinti di rosso.  Infine la morte, che è in agguato e tutti i protagonisti lo sanno bene: la morte che insidia il soldato francese Jacques, figlio di un corso che ha combattuto con Napoleone, che ha capito di essere stato tradito nei suoi ideali repubblicani e, colpito da fuoco amico, decide di aiutare il nemico, il piccolo Lucio a cui fornisce i mezzi per spegnere le bombe francesi: il ragazzino dovrà buttarsi a corpo morto per spegnere la miccia mortale; la morte di quelli che combattono per una costituzione che durerà un solo giorno; la morte di centinaia di feriti per i quali non ci sono cure, malgrado l’abnegazione delle infermiere di Cristina.

Molto coinvolgente lo stile che Riccarelli ha usato in questo romanzo: l’alternanza di un italiano elegante, raffinato, pieno di infiniti tronchi (perder l’equilibrio, mulinar le gambe, un andar da litania), di scelte lessicali non consuete ( damerino, damina vestita di velluto, salvar la ghirba) con intere pagine in romanesco, farcite di termini e locuzioni dialettali (Er papa se n’è ito, zoccola, ciufolo, buriana, raccontà fregnacce, baiocchi, puzzone) : insomma, dice l’autore,  un misto di romanesco, francese e corso , che è quasi italiano. Un’operazione linguistica simile a quella che Manzoni aveva  portato  a compimento proprio in quegli anni .

Luciano Manara, Goffredo Mameli, Giacomo Medici, i Dandolo combattono contro le truppe francesi  sullo sfondo dei bastioni, delle ville storiche  e della Cupola di San Pietro, mentre i soldati francesi al comando  del generale Oudinot sferrano un attacco che sarà fatale ai  valorosi difensori romani .Manara, Mameli, Morosini, Andrea Aguyar perdono la vita. Aurelio si unisce a Garibaldi in fuga, Ranieri, a stento trattenuto dalle braccia amorose e dalle lacrime  di Maddalena, decide di combattere fino alla fine, mazziniano convinto fino alle estreme conseguenze dei suoi atti.

 Mentre al Campidoglio si scrivela Costituzionedella Repubblica Romana, che sarà la madre di tutte le Costituzioni ottocentesche e non solo, i patrioti vengono sopraffatti, i Francesi scendono dal Granicolo ed  entrano in città : i Triumviri si dimettono,la Costituzionedurerà solo un giorno, il 30 giugno 1849, mentre Garibaldi con poche migliaia di reduci fugge da Porta Maggiore  verso Venezia, in una ennesima impresa disperata. Il Papa rientra da Gaeta  a Roma il 12 aprile 1850,  ripristinando  la censura, il divieto di riunirsi , la pena di morte. l’Ancien Régime

Voglio qui ricordare l’articolo 3 di quel documento famoso :”La Repubblicacolle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini”: articolo che fa riflettere anche noi cittadini della Repubblica, nel 2011, e l’articolo 8 : “L’insegnamento è libero. Le condizioni di moralità e capacità, per chi intende professarlo, sono determinate dalla legge”.

Mi piace per concludere citare una delle lettere che i patrioti scrivevano ai parenti, con grande sorpresa di Lucio, tra una attacco e l’altro:

“Caro fratello, combatto a fianco di lombardi, romagnoli, toscani, molti vengono dal Sud, quando si grida nel pieno della battaglia si sente una musica di parole che sembrano l’un l’altra straniere, ma l’orchestra è tutta italiana”……Una lezione per le spinte disgregatrici che ci stanno minacciando.

La memoria nei romanzi di Ugo Riccarelli

 di Stefania Fabri

 Il rapporto tra Ugo Riccarelli e la memoria è qualcosa di  molto importante e significativo, potrei citare ben tre dei suoi romanzi (Il dolore perfetto, Comallamore, La repubblica di un solo giorno) che sono al centro di una riflessione profonda e non scontata sulla memoria, intesa come memoria collettiva oltre che memoria storica di un popolo, perciò sono rinvenibili a mio parere anche delle profonde connotazioni antropologiche che si sostanziano nel vissuto delle persone.

Ne “Il dolore perfetto”, cognizione strana che attiene a una definizione di dolore in un certo senso ben meritato, inevitabile e salvifico, troviamo il personaggio del Maestro che ci ricollega al libro “La repubblica di un solo giorno” perché siamo ai primi tempi dell’Italia unitaria ancora fresca delle utopie garibaldine e mazziniane attraverso la figura di un anarchico, e quella degli anarchici del primo Novecento in Italia è una storia amara e avventurosa al tempo stesso,  piena di vissuto concreto delle famiglie e delle donne che furono loro compagne di vita. Si trattava spesso di autodidatti, che tenevano molto alle loro letture e alle loro convinzioni, moralmente assai radicali. Ad esempio mio nonno era un anarchico marchigiano che dovette fuggire in Germania, nella Germania della Repubblica di Weimar, dove scomparve, lasciando una famiglia di quattro figli alla moglie che morì a sua volta di febbre spagnola. Tragedie personali, legate a quelle collettive, dove però le individualità contano moltissimo. Il Maestro del “dolore perfetto” è colui che crede nell’insegnamento e nel riscatto della cultura sulle menti degli oppressi, un’utopia non troppo curiosa visto che il problema maggiore dello stato unitario fu proprio la gran massa degli analfabeti che ci fece restare indietro rispetto allo sviluppo di paesi come Francia e Inghilterra. Un ritardo che non abbiamo ancora colmato soprattutto nel Sud. Stato unitario in ritardo su parecchie cose, a ben vedere.

Una delle caratteristiche che torna nei personaggi di Ugo Riccarelli mi sembra essere quella della forte individualità inserita in un quadro invece determinato dall’esterno,  con la sottolineatura di una impossibilità di etichettatura, a causa di una straordinaria complessità umana e psicologica, infatti risalta la considerazione che anche negli esseri apparentemente più semplici si nasconda un universo di sensazioni, di riflessioni e persino di “stranezze” legate a un proprio personale immaginario.  E anche questo mi sembra appartenere a una stimolante riflessione sulla memoria: la memoria sul vissuto delle persone scoprirà sempre qualcosa di straordinariamente articolato e per certi versi anomalo.

In “Comallamore”, altro romanzo straordinario, non solo troveremo un ricordo particolare e non consueto sul funzionamento di un ospedale psichiatrico “periferico”, inquadrato dentro la storia della Resistenza al nazifascismo, ma anche scopriremo l’eccezionale varietà dei caratteri e la profondità dell’immaginario che si nasconde dietro il cosiddetto malato mentale. E come per chi sia in grado di coglierla sia una scoperta sconvolgente.

In “La repubblica di un solo giorno” non si parla solo della storia di Roma nel percorso verso l’Unità d’Italia, ma c’è anche quel fenomeno molto umano che ha attraversato il Risorgimento, vale a dire quell’entusiasmo per quella che fu essenzialmente una ribellione giovanile (come bene ci ha anche raccontato il film di Martone “Noi credevamo”), la forza del coinvolgimento delle parole d’ordine della rivoluzione francese, liberté, egalité, fraternité , nelle persone istruite come in quelle non acculturate, nel povero come nel ricco, ma soprattutto nei giovani eroi, divenuti tali quasi per caso e per errore.

Appuntti su storia e narrazione

di Giulia Alberico

Ho insegnato Storia per più di 30 anni e ho verificato le ragioni – tante e complesse – per cui questa disciplina è per lo più poco amata. Sono sempre riuscita a ‘passare’ molto meglio l’insegnamento della Storia ogni volta che mi è riuscito di tradurre quei fatti, quei nomi, quelle vicende in narrazione. Voglio dire ogni volta che sono riuscita io a raccontare (prima che a spiegare), con la mia voce, il mio coinvolgimento emotivo e intellettuale, ma anche -e più spesso- a cedere il passo e ad offrire ai ragazzi una lettura ( di un libro, di un film, di un documento video o musicale) che al manuale riportasse ma che, nello stesso tempo, lo riassumesse e lo scavalcasse. Non è operazione né semplice né da improvvisare. Ci sono tutta una serie di considerazioni didattiche che sarà bene valutare prima e che non è qui il caso di affrontare.

La repubblica di un solo giorno, oltre ad essere un libro bellissimo ( per scrittura, ritmo, levità inventiva) si presta in modo eccellente a ciò che io intendo per Storia narrata. E’ la storia di una splendida e sfortunata rivoluzione, quella della Repubblica Romana durata solo cinque mesi ( dal 9 febbraio al 4 luglio 1849) ma è anche un panorama sul variegato pensiero politico risorgimentale; è una amara considerazione sugli esiti, in Francia, della rivoluzione francese; è uno sguardo puntuale sulle attese del popolo, sulla distanza tra popolo e rivoluzionari, sulla realpolitik che spinge la Francia ‘rivoluzionaria’ a combattere la neonata Repubblica Romana per reintegrare sul trono Pio IX, il Papa re.

Nel libro di Riccarelli è ben chiaro come una superiore idea di nazione unitaria faccia da minimo comune denominatore tra posizioni politiche molto diverse tra loro: repubblicani come Mazzini e Mameli; neo socialisti come i garibaldini; monarchici come Manara; moderati come Dandolo.

Sono quasi sempre  dei volontari, giovanissimi, appassionati, incuranti della sproporzione delle forze in campo, guidati esclusivamente dalla tensione ideale che – e il libro lo mostra – può contagiare anche il più indifferente e cinico dei ragazzotti plebei di Roma.

La Costituzione della Repubblica Romana resta la più avanzata d’Europa, considerati i tempi ( suffragio universale maschile; abolizione della pena di morte; libertà di culto sono solo alcune delle forti novità democratiche contenute nel documento).

L’azione del libro di Riccarelli è ( anche per ragioni sceniche) tutta dentro Roma, c’è però tra le pagine una eco dell’effetto domino che fu l’anno1848 inEuropa quando da popoli e Paesi distanti si levano, in breve volgere di mesi, rivolte che chiedono un nuovo ordine politico e una Costituzione. Dalla Sicilia – gennaio ’48 – alla Toscana, da Parigi che vede l’abdicazione di Luigi Filippo e la proclamazione della Repubblica, a Vienna, Budapest, Berlino e, tornando in Italia, al Regno di Sardegna, a Milano con le famose cinque giornate, alla proclamazione della Repubblica di Venezia ( meta ultima di Garibaldi in fuga dalla Roma riconquistata a tradimento dalle forze francesi).

Tante le possibili aperture che il libro di Riccarelli offre per muoversi dentro i fatti della Storia, ne indico solo alcuni, passibili di sviluppi e approfondimenti, messa a confronto e riflessioni:

1) Quante volte la Francia tradisce se stessa? ( da Napoleone III che va in deroga ad un articolo della Costituzione al generale Oudinot che tradisce gli accordi con Mazzini)

2) I giovani volontari accorrono a Roma. Come sarà in Spagna nel ’36….

3) La rivoluzione è occasione per crescere in cultura e sapere.(Maddalena, Lucio, sono analfabeti. Osservano i soldati che scrivono. Sanno che molti di loro appartengono come Cristina a classi sociali elevate..)

4) Quanti Mameli, più o meno noti, nella storia delle rivoluzioni? ( da Byron…)

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