Catalogo delle cose illuminate numero due

«Sono appassionato delle cose che si vedono. Provo compassione per le cose destinate a scomparire, “fissandole” con un’istantanea forse le salvo. Mi piace la parola compassione, perché porta in grembo la passione, non si può provare compassione senza passione. Ho passione del mondo»; sono le parole di Maurizio Agostinetto, artista complesso e acuto osservato del mondo, appunto, un mondo fatto di dettagli infinitesimali, a volte stranianti, quasi depistanti, un modo – il suo – di scomporre il puzzle della realtà per ricomporlo rovesciandone il senso, scomporlo dunque e mostrarne la parte meno ovvia, meno codificata dal cliché dell’immagine (perché è di immagini che stiamo parlando), fino a scoprirne una intima ed efficace meraviglia tutta nuova. Ma non sono soltanto immagini, non sono soltanto scatti fotografici quelli di Agostinetto, piuttosto una tessitura di materiali, una “grana” direbbe Roland Barthes, che restituisce l’emozione del passato. Abituato ai linguaggi della contemporaneità, questo suo nuovo “viaggio” a intarsi ha molto di teatrale, di composizione scenica animata da ombre e figure che prendono a vivere nell’insieme del quadro complessivo. Stando di fronte alla successione fotografica della mostra, l’impressione è quella di avere a che fare con un movimento della natura o a coro d’orchestra, se si potessero udire i suoni o i “rumori” che “paradossalmente” sono fermati nalle immagini, uno spostamento impercettibile delle forme insomma che come il puntinismo dei Seraut gioca sul doppio livello di lettura, quello della fascinazione estetica e quello della ricognizione storica. Come lui stesso sottolinea, è difatti un «ribaltamento di consuetudine»  quello che l’obiettivo coglie nell’apparente fissità degli oggetti immortalati. Questo Catalogo delle cose illuminate numero due sono 300 immagini riprese durante un viaggio in bicicletta di circa 960 chilometri, un tour de force che va dal Passo del Brennero fino ad Auschwitz. Ecco allora la deportati ebrei dalla soggettiva angolare di ciò che avrebbero potuto vedere, lo sguardo cieco che immagina viene così restituito oggi nell’individuazioni di soggetti quotidiani, per questo, forse, straordinari. Un viaggio del dolore di uomini e donne – tra cui Primo Levi – che nel febbraio del 1944 da Cuneo, attraverso la Val Padana, raggiunsero Auschwitz dopo undici terribili giorni a bordo di un convoglio ferroviario. Sempre l’autore sottolinea: «Per questo catalogo non ho voluto fotografare i campi di Auschwitz ma ho inteso in qualche modo restituire e rendere “visibili” le cose che i deportati nel buio dei vagoni non hanno visto di quel pezzo di Europa che hanno attraversato come in un tunnel sotterraneo che è sbucato direttamente nel buio di Auschwitz».

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