introduzione a Grace Paley di Sara Poli

di Sara Poli 

 

Ho visitato più volte Grace Paley nella sua pionieristica casa di legno circondata da orti e boschi sulle colline del Vermont dove ormai abitava permanentemente dopo una vita a New York, la città descritta magnificamente nei suoi racconti. Manteneva l’apparenza sciatta e simpatica della donna di sinistra “con una vena materna di tarda controcultura”, come dice nel suo racconto Amiche, con vestiti comodi e ampi come i suoi modi informali. In questi squarci della sua “ordinary life” a cui ero presente, lei era capace di raccogliere broccoli e pomodori dal suo orto, di ricevere l’omaggio di un fiore di bosco dal suo imprevedibile marito, Bob Nichols, scrittore, poeta,taglialegna e allo stesso tempo di ascoltare una stazione radio di sinistra, sempre vigile alle sorti del mondo. Intorno c’erano le amiche, la figlia che spesso passava di lì con i nipotini adottivi, arrivavano da New York telefonate del figlio Danny.

“Ho un’avidità terribile -disse in una sua intervista- non mi piace rinunciare alla famiglia per scrivere. Non mi piace rinunciare a scrivere per la famiglia. Non mi piace rinunciare alla politica per andare alle feste di famiglia e non mi piace sentire la mancanza dei miei nipotini solo perché devo finire un pezzo”. Era sempre indomabile, vigile, curiosa anche se la durezza di eventi a lei vicini – ad esempio la perdita di familiari, di carissime amiche,i disastri delle nuove generazioni e le tragedie mondiali avevano scavato più solchi sul suo volto così gradevole e aperto.

“La vita di campagna è estremamente vivace e attiva – scrisse rispondendo a chi le chiedeva se vivere in campagna era noioso per lei, scrittrice metropolitana per eccellenza- i giorni e le serate sono piene di eventi sociali e di comunicazione umana. Incontri a tutti i livelli, dalla cura all’ambiente, alle varie cooperative, alle riunioni scolastiche, alla preparazione di azioni di protesta antinucleari”.

Grace Paley era nata nel Bronx, a New York nel 1922 da genitori ucraini ebrei socialisti, Mary e Isaac Ridnyk Goodside, perseguitati dal regime zarista e approdati ventenni a New York. La tipica evoluzione di questo tipo di emigranti, intellettuali di prima generazione, il padre amatissimo, medico, grande narratore, la madre più in ombra e sempre rimpianta perché morta quando Grace, ventenne, consumava – come dice lei – “in modo esuberante i giorni e le notti” ed era troppo distratta per starle accanto nel lungo periodo della sua malattia terminale. Fratelli e sorelle ma soprattutto per lei, la più piccola della famiglia, “altre madri”, le zie, le cugine, tutte quelle altre madri a cui è dedicato un suo racconto, le donne che, sempre con le sue parole “sono tanto più avulse degli uomini dalle astrazioni e tanto più vicine alla nascita e alla morte”. Così Grace cresce circondata di affetti in una comunità allargata, grande lettrice ma autodidatta, ribelle all’istituzione scolastica, impaziente di andare fuori nel mondo.

Si sposa a 22 anni con il primo marito, Jeff Paley, da cui divorzierà dopo 22 anni, fa lavori precari,conosce la povertà. E intanto continua a leggere e scrivere poesie, come ha sempre fatto fin da bambina. “Il bagaglio linguistico dei grandi poeti e in particolare il modo di parlare delle donne delle nostre famiglie e nelle strade (vivevamo molto per strada) veniva a far parte di un tutto”. E’ solo dopo la nascita dei figli Norah e Daniel, amatissimi e cresciuti insieme a tanti altri bambini nel Village degli anni ’50, quando Grace è sulla trentina, che incomincia a scrivere i racconti che l’hanno resa famosa. “Quello che intendeva per felicità – fa dire a Faith, la sua alter ego nel Midrash sulla Felicità – era avere o aver avuto (o continuare ad avere) tutto”. Per “tutto” lei intendeva per prima cosa i figli, poi una persona cara con cui vivere, un uomo preferibilmente, ma non necessariamente ( per “vivere con” intendeva per lungo tempo, ma non necessariamente). Insieme a ciò, e non in ordine di preferenza, voleva tre o quattro amiche intime a cui poter dire tutti i fatti personali e poi discutere a livello più ampio, profondo e disincantato i problemi economici, la corsa agli armamenti… l’asservimento del lavoratore americano a quella concezione economica, la complicità della popolazione maschile con tutta la struttura. E riguardo ai suoi temi: “si può scrivere di qualsiasi cosa al mondo ma la più esile storia, per riuscire interessante a gente adulta, dovrebbe riguardare fatti di soldi e di sangue. Vale a dire tutti a questo mondo vanno avanti per via di certi schemi economici: si è ricchi o si è poveri, ci si guadagna da vivere oppure no, si è funzionali al sistema o meno. E poi il sangue, il modo in cui si vive in famiglia o al di fuori di essa, o quando si è in procinto di crearne una, le sorelle, i fratelli, i padri, i legami di sangue. Un’opera superficiale ignora questi due fatti e non può riuscire né comica, né tragica”.

Nel 1959 appare The Little Disturbances of Man (Piccoli contrattempi del vivere) che descrive principalmente il Bronx degli anni ’40 -’50. “Non c’era in giro nessun movimento femminista. In quella confusione, in quel sapere mi costruii modi di riflessione e uno dei modi era dire: La mia vita è come la tua e io la capisco. Un altro modo era: Sembriamo le stesse ma siamo diverse. Qualunque modo tu scelga devi protenderti verso una vita diversa dalla tua, riuscire a toccarla”. Dopo qualche tempo arriva l’ondata del femminismo “e tutte noi scrittrici, Tillie Olsen, io, Margie Piercy, dobbiamo molto al movimento delle donne… quello che fa una nuova forma d’arte è sollevare una roccia e guardare al di sotto”. Dice: “questa vita non è stata vista. Ora proietto una luce su di essa così che voi la possiate vedere..per me l’arte rivoluzionaria è legata alle persone nuove che si fanno sentire in questo mondo: i neri, le donne all’improvviso vedono, erano lì da sempre ma la luce non era accesa”.

Prosegue negli anni ’50 -‘60 il suo impegno spiccatamente politico, le dimostrazioni prima contro il servizio militare, poi contro la guerra nel Vietnam; i lunghi picchettaggi sull’8a Strada issando cartelli con visi di vietnamiti e di americani, ricevendo sputi e insulti, stornando cariche della polizia a cavallo. Ma i cartelloni sono anche ironici, gli eventi per strada sono spesso stimolanti pezzi di teatro. Viene messa in prigione nel ’78 con altre appartenenti alla War Resister League per aver dispiegato sul prato all’interno della Casa Bianca, dopo una visita guidata, uno striscione con la scritta Non più armi o energia nucleare americane o russe. La stessa cosa farà poi a Mosca dove strapperanno immediatamente lo striscione.

Le sue battaglie politiche non hanno più tregua nel ventennio ’70 -’80. Negli anni in cui pubblica il suo secondo libro di racconti Enormous Changes at the Last Minute (Enormi cambiamenti all’ultimo momento) tutto incentrato su racconti di vita newyorkese di donne e bambini, Grace Paley va in Vietnam, in Russia, in Cina, in Salvador, in Nicaragua, dovunque vi sia una causa politica da difendere, una situazione di ingiustizia da indagare, una missione di pace da compiere. Insieme alle “11 di Washington” scrive un bellissimo manifesto sulle urgenze delle donne. “Cosa vogliamo noi donne per la nostra vita di ogni giorno, per noi e per le nostre sorelle dei paesi in via di sviluppo e nelle ex colonie che soffrono lo sfruttamento dell’uomo bianco e troppo spesso l’oppressione dei loro stessi connazionali? Vogliamo cibo a sufficienza e di buona qualità, case decorose in cui abitare, comunità in cui l’aria e l’acqua non siano inquinate,  posti sicuri in cui lasciare i nostri figli quando siamo al lavoro. Vogliamo un lavoro che sia utile per una società che abbia un senso. Vogliamo essere libere dalla violenza nelle nostre strade e nelle nostre case… Vogliamo il diritto di avere o non avere figli. Vogliamo essere libere di amare chi ci pare: intendiamo vivere con donne o con uomini o da sole. Non vogliamo fare il servizio militare. Non vogliamo che i nostri giovani fratelli vengano arruolati. Vogliamo che loro siano uguali a noi. Vogliamo un sistema di energie rinnovabili che non si appropri delle risorse della terra senza restituirle. Vogliamo che questi sistemi siano patrimonio della gente e delle comunità, non delle gigantesche corporazioni che mutano la conoscenza in armi..La terra nutre noi, come noi con i nostri corpi nutriamo la terra. Attraverso noi le nostre madri hanno collegato il passato al futuro dell’umanità. Con questa consapevolezza per la difesa della terra, dell’ambiente, del suo equilibrio violentato, ci opponiamo ai legami finanziari tra il Pentagono e le multinazionali e le banche che il Pentagono serve. Quei legami sono fatti di oro e di petrolio. Noi siamo fatte di carne e ossa e di quella dolce sostanza che è l’acqua. Non permetteremo più che questi giochi violenti vadano avanti”.

Di una donna che proclamava di non poter scrivere perché aveva tre figli e che sposava in pieno l’ideologia della perfetta specialista nell’allevamento, dice . “I suoi figli stavano crescendo in un mondo di povertà, guerra, infelicità, milioni di cose da comprare e da non comprare; era il mondo ad allevare i suoi figli, non lei. Lei li allevava solo un pochino”.

Appare nell’85 il suo terzo libro di racconti Later the Same Day (Più tardi nel pomeriggio) e sono ancora storie di solidarietà tra donne ma anche di padri alle prese con figli adulti, sofferenze, delusioni, morti.

E, per quanto riguarda il collegamento tra il movimento delle donne e l’impegno pacifista dice: “Non si può parlare di violenza contro le donne senza parlare del Pentagono. Tutto è collegato in molti modi. Nella violenza stessa con cui i figli maschi vengono tirati su come parte dell’idea di dominio, nel militarismo che manifestano nei loro giochi e che continua quando sono adulti: dominio in casa, nel posto in cui vivono, nella società e nel resto del mondo. Se si ha bilancio militare di proporzioni così sbalorditive come il nostro, si dovrà pur rinunciare agli asili, agli ospedali,ai provvedimenti sociali che rendono umana la qualità della vita”.

Insieme alla scrittura e alla politica, Grace Paley ha insegnato creative writing al Sarah Lawrence College e al City College di New York per quasi un trentennio. Quello che le piaceva fare era insegnare ai giovani a non ascoltare soltanto la propria voce ma a formare una comunità. “Bisogna scrivere sulle cose che non si capiscono esattamente e cercare di capirle, di capire il mondo. Si scopre ciò che è nascosto, oscuro e, con le parole di Keats,  ‘verità è bellezza, bellezza è verità”.

A Grace Paley interessava parlare e scrivere e aiutare a scrivere della gente che soffre, ma non di quelli che sono così totalmente calati nelle proprie sofferenze da non notare più il dolore degli altri, “l’arte ha a che fare con la giustizia, deve portare le persone più vicine alla verità”.

Nel 1989, con la guerra del Golfo, Grace Paley fa uscire un calendario dedicato alla pace intitolato 365 buone ragioni per non fare un’altra guerra. E sono poesie, stralci, brevi racconti con date ed eventi significativi che fanno meditare sulla pace ed aborrire ogni sorta di razzismo, sessismo, militarismo, inquinamento, sfruttamento. Molta di questa produzione, illustrata dalle coloratissime e commoventi figure dell’amica Vera Williams, verrà pubblicata nel libro di poesie e racconti illustrati Long Walks, Intimate Talks e nella raccolta delle sue poesie New and Collected Poems del ’92. Nel 1994 Grace Paley viene a parlare all’Università di Roma e di Firenze. I suoi temi preferiti sono ancora le donne, le minoranze, le politiche del quartiere,la pena di morte.

Nel 1998 esce la raccolta di saggi e testimonianze Just as I Thought pubblicata nel 2004 in italiano con il titolo, appunto di uno dei suoi saggi L’importanza di non capire tutto’.

In questi primi anni del nuovo secolo fino a questi ultimi mesi, Grace Paley, malata di tumore al seno, continua a scrivere poesia, di cui questo libro postumo che presentiamo è testimonianza,come ha sempre fatto, continua la sua attività politica con uno sguardo largo sul mondo. Ma ora la sua politica è più concentrata a livello locale, sempre aperta alle nuove istanze dei giovani, ma conscia dell’avvicinarsi della morte che le suggerisce molti altri temi, affrontati con il suo solito coraggio e la sua inevitabile ironia, vivendo  “in modo più frugale”, come dice in una delle sue ultime poesie “come un albero vecchio che si allunga tremendamente verso il sole giusto per restare in vita, ma se hai amato la vita ci riesci comunque”.

Così si è chiusa, il 22 di agosto 2007 questa vita apparentemente dispersa e non focalizzata, ma che ha un centro profondo nell’intuizione d’insieme che dà senso e coerenza alla sua esistenza e alla sua scrittura.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...