Il loro Natale

di Gabriella Gallozzi

 

 

Non c’è distanza. Non c’è separazione tra chi si mette in scena e chi lo racconta. E’ un unico livello, un piano che accomuna quanti la vita l’hanno sempre vissuta dal basso. Quel livello strada che non ti offre alternative, né chance, ma solo emarginazione, povertà, tossicodipendenza e furti obbligati. Ed è qui la forza straordinaria di Il loro Natale di Gaetano Di Vaio, regista e produttore napoletano che quell’esperienza lì l’ha vissuta in prima persona, raccontandocela in questo lavoro che, più che un documentario, è un intervento a cuore aperto nel ventre di una Napoli invisibile. Quella delle famiglie dei detenuti di Poggioreale: mogli, madri e figlie “condannate” a loro volta a inventarsi una vita possibile per seguire da lontano i loro familiari dietro le sbarre.

Eccole allora Mariarca, Maddalena, Titina e Stefania donne “combattenti” in lotta con la povertà, con i figli da crescere da sole e i mariti in carcere che, quando usciranno, sanno già che torneranno a rubare, scippare fino al prossimo arresto. Mariti che, nonostante tutto, continuano ad amare. Che spesso hanno conosciuto da bambine, in quelle strade di periferia – Scampia, Piscinola, Secondigliano – dove l’unica certezza è l’emarginazione. Donne, anzi, ragazze giovanissime pronte ad inventarsi mille lavori per tirare avanti. Persino i numeri della tombala da “tirare” a notte fonda, dopo una giornata di fatiche, per mettere insieme qualche euro. Un tran tran estenuante, sempre uguale, che si interrompe solo un giorno a settimana: quello del colloquio. I preparativi per mettere insieme il “pacco” sono frenetici. Chi cucina il pesce, chi prepara i vestiti puliti. E poi la fila, lunghissima, infinita davanti a Poggioreale che comincia già dalla notte precedente. Pioggia o bel tempo che sia. “Ci trattano peggio dei detenuti”, strilla una delle donne in fila. Un’altra, rom, dice che i suoi figli non possono vedere il padre senza il certificato di nascita, nonostante siano nati in Italia. C’è chi spinge, chi scavalca le transenne. Una donna incinta racconta di quei tre giorni passati in ospedale per la botta presa da un ragazzo che si è buttato giù dalla grata di separazione. Mentre un anziano fa da vigile urbano tra la folla dei parenti per portarsi a casa qualche euro.

Gaetano Di Vaio è lì giorno e notte tra la folla dei familiari, nelle case delle mogli dei detenuti. Adesso in attesa del Natale, l’ennesimo che passeranno lontane dai loro affetti. Parla la loro lingua il regista che non è solo il napoletano stretto che ha bisogno dei sottotitoli. Ma una lingua più viscerale. Quella di chi la disperazione l’ha conosciuta bene ed è riuscito ad uscirne. Non dimenticandola, però. Anzi volendola raccontare ai tanti indifferenti. Così come Gaetano Di Vaio sta facendo con la sua casa di produzione cinematografica, Figli del Bronx che ha trionfato, proprio all’ultimo festival di Venezia, con una delle più belle opere prime del nostro cinema: La-bas di Guido Lombardi, in memoria dei sei giovani africani massacrati dalla camorra a Castel Volturno nel 2008.

 

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