D’après

 

 

 

 

Quando ho visitato la “Casa della Memoria e della Storia” per la prima volta ho provato una sensazione particolare, il tempo era come sospeso. Venivo dal traffico, carico d’ansia per cercare di arrivare in tempo e dopo aver trovato, finalmente, il parcheggio, sono giunto in questo luogo che per me ha una funzione ansiolitica.

Qui mi calmo e riesco a riflettere come in pochi altri luoghi. Sarà perché è situato nella parte di Trastevere più tranquilla, a ridosso dell’orto botanico, in un clima che ricorda, automobili a parte, la Roma del Pinelli.

Guardando le bacheche che sono al piano terra, fra documenti e libri, m’imbatto in un disegno di Saro Mirabella. Un bel disegno a carboncino che fa bella mostra di sé appeso a una parete della sala d’accoglienza. Devo confessare che non mi ero subito accorto che fosse di Saro e l’avevo senz’ombra di dubbio attribuito a Renato Guttuso. Solo tornando più volte in quel luogo e guardandolo più attentamente, mi sono accorto che la firma del disegno portava un altro nome.

Saro Mirabella, conterraneo di Guttuso, è stato un ottimo pittore molto vicino all’opera del maestro; ne assimilò talmente bene la lezione da acquisirne i modi e lo stile, tanto da essere spesso scambiato per lui. Il disegno, difatti, è vigoroso come solo il miglior Guttuso avrebbe potuto fare. È lì che nasce l’idea della mostra.

Ne ho parlato con qualche allievo, con Bianca Cimiotta Lami e con Dario Evola e tutti mi sono sembrati sinceramente entusiasti, subito partecipi. Mi sono tornati alla memoria, e forse solo qui potevano con tanta intensità esplicitarsi e dispiegarsi davanti ai miei occhi, come se guardassi un film, i disegni ad olio di Cagli sui campi di sterminio, le montagne di cadaveri disegnate da Zoran Music, con pochi segni rarefatti, il Mafai delle torture o Leoncillo che con una terracotta policroma tutta espressionista ritrae il cadavere di una donna uccisa dai nazisti a Viale Giulio Cesare.

Vorrei far rivivere le stesse sensazioni ai giovani artisti dell’accademia, portarli ad un confronto con i maestri del passato, giovani come loro nel momento della guerra e pervasi dall’urgenza di testimoniare quello che stava accadendo.

Per loro era importante dirlo, tirar fuori la voce usando i mezzi a loro disposizione, senza tradire la propria ricerca formale e anzi, traendone vigore e slancio.

Ho perciò coinvolto un gruppo di allievi che ritenevo idonei a guardare questi esiti con l’occhio tecnico di chi studia e apprende la lezione da chi l’ha preceduto e ha segnato il terreno prima di lui.

Li ho stimolati ad eseguire dei d’après, come Picasso usava fare con i suoi maestri elettivi. Ricordiamoci quando, quasi ossessivamente, eseguì un’ampia serie di disegni e dipinti ispirandosi al quadro di Velazquez “Las meninas”.

Attenzione, fare un d’après non è copiare. È un’operazione che oltre ad essere un omaggio, ci mette in relazione stretta con il maestro e ci aiuta a ripercorrere formalmente quel sentiero, a riprendere il filo rosso tecnico ed emotivo, ci fa crescere umanamente.

Insegno Disegno in Accademia e lavoro con gli allievi mostrando spesso monografie di artisti del passato e contemporanei, perché ritengo che solo conoscendo più mondi formali e quindi poetiche eterogenee, si possa crescere e trovare il proprio linguaggio.

Mi auguro che questo incontro tra maestri e giovani artisti sia stato proficuo a noi tutti per costruire una memoria comune che tenga lontane le sirene dell’oblio, tanto care alla società del consumo e dell’effimera apparenza.

 

di Pier Luigi Berto

[Docente Accademia Belle Arti Roma]

 

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