AFFINITA’ DESTINALI

L’idea  di questa esistenza  della  coscienza è la memoria, e la sua esistenza vera e propria è il linguaggio.

 

HEGEL           

 

 

L’esistenza è un’ombra fuggevole collocata fra i segmenti della quotidianità, che

cerca fra i lacerti del  precario presente una dimensione  per sopravvivere al

conflitto tra il male del mondo e l’etica della responsabilità.

 Dopo il cupio dissolvi  della brutalità più selvaggia,  il silenzio  che  cala sull’azione,

sui corpi  ridotti a  scheletri o comunque privati di ogni dignità , costretti alla

violenza estrema della sottrazione di ogni privatezza, trova  riscontro nell’animo del

fruitore  dell’arte memoriale.  Ma questo senso vertiginoso di  impotenza  non è la

realizzazione dello scopo dei sopraffattori , ma si converte proprio nel suo opposto :

la consapevolezza che anche in chi è costretto a subire l’atto violento non si spegne

mai la voce autentica dell’Essere. E proprio qui risiede la sconfitta più radicale

della furia  nazista verso gli ebrei, che non rende vano il sacrificio delle vittime

 ma anzi lo  rende eterno  nel suo valore di testimonianza suprema.

La pietas  di Vito Miroballi  oscilla proprio tra questa consapevolezza e l’ ansia  di un

destino comune  e lascia il segno  dell’emozione  in tracce come sinopie : figure

conficcate tra pareti di solitudine, oppure avviluppate  in gruppi umani che poco

conservano delle fattezze  originarie,  intruppate in una marcia

verso il Nulla che rimanda ad altri cortei di entusiasmo all’affermarsi di ideologie

totalitarie scosse dall’ urlo dell’orda.

 Nell’evocare  evanescenti fantasmi condotti alla fine attraverso una

cadenza d’inganno,posti  a svernare  in luoghi troppo caldi o troppo freddi,a dormire

in spazi troppo larghi o troppo stretti ,  compressi tra limiti troppo grandi o

troppo piccoli come le bestie in gabbia,  il segno stesso dell’artista si fa

quasi indefinito e come   incerto nel delinearne il confine,dilatando la struttura

stessa dei corpi e del paesaggio, come un occhio  che  veda ectoplasmi ballare sul

fuoco e riesca a cogliere solo faville, barlumi di quelle  braccia e gambe

 ridotte a ossa sottili che paiono disegnate da bambini : il corpo esule diviene così un

corpo esile in cui la tensione  dell’esilio si ribalta nella trasparenza di quelle

ombre  su cui incombe una vessazione infinita che li riduce a filamenti. E parrebbe

che perfino il  colore voglia ritrarsi  di fronte all’orrore per evitare che l‘essenza

creaturale venga offesa nuovamente dalla  oscenità della

rappresentazione  figurabile ,mentre  lo spettatore muto,a confronto con   l’immane

tragedia di un popolo intero mandato al macello ,vorrebbe quasi  irrompere

nell’opera stessa  per fermare l’orologio e svellere le lancette del tempo-senza –

tempo dell’odio razzista .

 L’arte di Miroballi continua a produrre uno stupore simile al  disorientamento dei

protagonisti di Ocean without a shore di Bill Viola,  nella terra di nessuno fra vita e

morte : quegli esseri  scarnificati recano il peso di una ferita che mai potrà

 rimarginarsi ma neanche  potrebbero nutrirsi  per sempre di rancore e  tornano ad

aver voce , a sussurrare l’esigenza dell’Altro , il bisogno dell’abbraccio dell’Alto,

 come se colonna sonora  del loro riscatto fosse il Coro dei morti di Goffredo

Petrassi.

E la vera cifra  dell’artista è proprio in questo  effetto perturbante, come se egli ci

 conducesse  in  una replica della Classe morta di Kantor , grande costruzione

concettuale del teatro del secondo Novecento, di fronte

alla quale rimaniamo come nudi  esposti al gelo : nella pratica di una

 sovversione non fine a se stessa come quella di tanta neo-Neoavanguardia ,ma

 capace di ripensare  il focus dei valori di riferimento, Vito Miroballi ci comunica lo

 stesso smarrimento dei prigionieri del lager nella scena iniziale del bellissimo film di

Francesco Rosi La tregua, ispirato all’opera di Primo Levi, quando sulla frontiera tra

 sopravvivenza e scomparsa si aprono i cancelli e viene meno ogni ubi consistam , tra

il vuoto delle incertezze e l’insidia  dell’Irrappresentabile.

Se la  meditazione sulla Morte elaborata dal commento di Giorgio Agamben  a

 Hegel  ( “ il linguaggio  umano è voce della coscienza , in esso

la coscienza esiste e si dà realtà “ )  serve a dimostrare la tensione linguistica 

dell’arte come voce articolata,nell’epoca dell’in-azione  in cui  il pensiero critico

sembrerebbe ridotto a banale tautologia,  riproporre una riflessione sulla Shoah non

 è un esercizio spirituale di pura indignazione ma l’azione diretta e penetrante con

cui ogni forma  espressiva deve  riafferrare la < traccia  dileguante > per ribadirne il

valore  morale e civile.

 

GENNARO  COLANGELO

Dipartimento di Scienze Umane

Università di Roma-LUMSA

 

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