Le donne di Ravensbruck: violenza organizzata sul corpo femminile

 

Tra le prime iniziative della Settimana della memoria 2013 c’è stato, il 23 gennaio, un lungo, intenso, commovente pomeriggio: si è svolta con lentezza e solennità la “maratona” di lettura integrale del libro di Lidia Rolfi Beccaria e Anna Maria Bruzzone “Le donne di Ravensbruck”.

Dopo una breve introduzione storica  di Vera Michelin Salomon, la colonna portante e l’infaticabile animatrice di tutte le iniziative  dell’Aned (Associazione Nazionale Ex Deportati ), ha preso la parola Mirella Stanzione, che, giovanissima, subì la deportazione proprio a Ravensbrück, il campo di internamento delle donne, una località poco sopra Berlino che, iniziata la sua attività come campo di rieducazione, di trasformò ben presto in lager di lavoro coatto, dove le schiave, in un regime di terrore, di fame, di privazioni, di sporcizia, di mancanza di dignità, di sottrazione di ogni individualità, erano costrette a fornire mano d’opera gratuita per l’industria bellica tedesca. Le malate, anziane, disabili, inadatte al lavoro e alla fatica, venivano inviate con appositi “trasporti neri” ai campi di sterminio.

La lettura del libro si è svolta in un silenzio grave e partecipe: ciascun lettore, dopo aver letto un paio di pagine del volume, apponeva la propria firma a ricordo della giornata lasciando il posto al successivo…..Tante voci diverse, giovani e anziani, uomini e donne, si sono alternati per tutto il pomeriggio. Anche i lettori non professionali, di fronte alla durezza delle parole scritte, alla enormità di quanto si andava leggendo, hanno saputo comunicare  momenti di intensa emozione….Molto si sapeva, molto si sa dell’universo concentrazionario europeo, eppure ogni volta i racconti dei testimoni, il confronto fra la loro esperienza e quella di chi ha solo letto e studiato, fornisce nuove chiavi di lettura di una realtà di cui non si conosce mai abbastanza l’abisso di disumanità. La violenza sul corpo femminile, di cui oggi si parla purtroppo con attenta e continua attenzione, dato il numero esorbitante di donne uccise, violentate, ferite, comincia proprio nei lager al momento dell’arrivo delle deportate: costrette a denudarsi davanti ai soldati, davanti alle altre donne, magari davanti alla propria madre, in un’epoca in cui pudore, riserbo, rispetto del proprio corpo erano insiti nell’educazione impartita e ricevuta, costituisce il primo atto di violenza fisica e psicologica a cui donne di ogni età furono sottoposte; rasature, visite ginecologiche per scoprire preziosi nascosti, visite dentistiche per contare le capsule d’oro (da estrarre dopo la morte, per lo più imminente)… E poi, nelle pagine lette ieri, la maniacalità degli ordini (fare il letto a cubo perfetto, lavarsi, vestirsi di stracci, ciabattando con scarpe scompagne e fuori misura per raggiungere il piazzale dell’appello), dormire in tre in cuccette di pochi centimetri, in un brusio e in un puzzo da sovraffollamento, di corpi non lavati, di disperazione totale. Leccare la gamella piena di una zuppa dolciastra e immangiabile, è una delle prove più dure, il tentativo estremo dei carnefici di ridurre le donne al rango di  bestie.

La femminilità è totalmente scomparsa nel campo femminile di Ravensbruck, grigio e buio, gelido come l’inverno nordico dove giovani e meno giovani donne provenienti da tutta l’Europa, in una babele di lingue diverse e dissonanti, hanno cercato di resistere alla disumanizzazione imposta dal nazismo. Ad una domanda che si è posta Mirella Stanzione, come abbiamo fatto a resistere per mesi con un unico paio di mutande, si è risposta da sola: abbiamo fatto…..

Tra i tanti e diversi modi per ricordare, senza retorica, questo della lettura integrale è certamente il modo più efficace, il più corretto, più condiviso e partecipato.

                                                                                      Elisabetta Bolondi

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Una risposta a Le donne di Ravensbruck: violenza organizzata sul corpo femminile

  1. loscalzo1979 ha detto:

    Non é mai abbastanza raccontare una tragedia come quelle dell’Olocausto in tutti i suo nefandi aspetti

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